«Non sono il bomber delle veline»

«Non rincorro donne e non apro ristoranti, sono un umile di cuore. Con l’Udinese inseguo la semifinale»

Paolo Marchi

nostro inviato a Udine

Udine aggiunge sogno a sogno: dal preliminare di Champions alla Champions vera e propria, dal quarto posto finale lo scorso anno in serie A, giocate 38 partite, al primo adesso, dopo due. Tanti gli «eroi» che strappano giusti applausi, uno su tutti dopo la tripletta di mercoledì al Panathinaikos: Vincenzo Iaquinta, 79 chili distribuiti lungo 189 centimetri di altezza, 26 anni il prossimo novembre, calabrese di Crotone anche se all’inizio della carriera pochi pensavano fosse italiano. L’Udinese lo acquistò dal Castel di Sangro in C1 nell’estate del 2000.
Il direttore generale Pierpaolo Marino lo pagò un niente, attorno ai 250 milioni, un ottimo investimento anche se l’operazione allora passò praticamente inosservata tanto che quando veniva schierato, anche in tribuna stampa c’era chi si chiedeva se fosse comunitario o extracomunitario, un sudamericano piuttosto che un paesano di chissà quali angoli d’Europa. E invece era italianissimo, con un padre, Giuseppe, che ha fatto tanti sacrifici per farlo diventare calciatore (e che tuttora gli amministra i guadagni) e con Marino che un lustro fa si ritrovò in mano un’opzione per lui, Iaquinta, e una per Luca Toni, ora alla Fiorentina, stelle contro domenica e in generale in nazionale.
«Tre reti Luca con la nazionale e ora io in Champions. È stata la mia prima tripletta, a segno con il destro, con il sinistro e infine di testa che, alto come sono, può sembrare strano ma non è una mia specialità».
Questi gol sono una risposta all’avversario?
«Insomma... È stata una serata allucinante per me e per l’Udinese, allucinante in senso positivo intendo, di quelle che sogni e quasi mai vedi diventare realtà. Appena avrò un momento di calma chiederò a Sky la registrazione e la metterò fra le cose care».
Però è inevitabile la si confronti con il viola.
«Sì, ma non vedo perché non si possa giocare assieme. Nonostante io sia alto, sono veloce e potrei agire bene da seconda punta».
Ha fatto contente tante persone, una in particolare?
«Una? Mah... Ad esempio Lippi, io e Toni lo stiamo mettendo in difficoltà ma credo che sia una difficoltà positiva dover scegliere tra attaccanti che segnano».
Lei era arrivato a Udine in punta di piedi...
«Beh, avevo vent’anni e non avevo fatto molto in C».
E anche adesso ha l’aspetto e i modi del ragazzo normale.
«Non vedo perché non dovrei essere così. Come giocatore, i primi anni qui sono stato condizionato da problemi fisici risolti i quali ho avuto costanza di rendimento. Fuori dal campo, ho una moglie normale e famiglia normale. So bene che il calciatore oggi è quello delle veline, quello che apre ristoranti, io non sono così e sono contento della mia umiltà d’animo e di cuore».
La tripletta ha avuto una dedica speciale.
«Sì, a Morosini, ha fatto la preparazione con noi, poi lo ha colpito un lutto. Una squadra di calcio non è mai fatta solo da quello che segna, ma anche da quello più sfortunato. I complimenti mi fanno piacere, è scontato, ma adesso che sono il capocannoniere europeo sembra che giochi solo io. C’è stato uno soltanto che ribaltava una partita da solo e si chiamava Maradona, non Iaquinta».
Tra una settimana Udinese-Juve, più difficile vincere lo scudetto con la Juve o arrivare quarti con l’Udinese?
«Noi quarti».
Progetti?
«È realistico pensare alla semifinale di Champions. Presto ne parleremo con il signor Pozzo per stabilire un premio. Quello che arriverà in più aumenterà la gioia».
Vent’anni fa il Verona campione, nel ’91 la Samp, voi potete riportare lo scudetto in provincia?
«A parte i valori di Juve, Inter e Milan, e i nostri, la Champions ci porterà via tante energie. Dicono che se vinci non senti la fatica, ma non è vero. Non la senti per qualche ora, poi arriva. Però vorrei aggiungere una cosa: siamo partiti a razzo e se teniamo questa media ancora per un po’, poi diventa difficile fermare un pendolino lanciato a mille».