Non è vero che rendono solo i libracci

nostro inviato a Bologna

Basta prefiche. Piano coi catastrofismi. Attenzione con il terrorismo culturale. Sì, è vero: siamo un Paese che legge poco. Ancora gli ultimi dati forniti dal Rapporto Censis su «I media tra crisi e metamorfosi», di una decina di giorni fa, ci dicono che gli italiani che acquistano almeno un quotidiano alla settimana sono passati dal 67% del 2007 al 54% del 2009, mentre quelli che leggono almeno un libro al mese sono scesi dal 59% al 56%. E guardandosi attorno appare chiaro a tutti come la «cultura» - in senso lato e in senso alto - corra seri rischi nelle società contemporanee dove i libri per aver successo devono essere obbligatoriamente “piacevoli”, brevi, polemici o scandalistici, e meglio ancora se scritti da vip e personaggi del mondo dello spettacolo. Dove l’intellettuale è diventato, come il politico, sempre più “pop”. Dove il giudizio che arriva dallo schermo televisivo ha un peso maggiore rispetto a quello suggerito dalla comunità scientifica. Dove l’industria culturale appare sempre più mercificata, semplificata, spettacolarizzata. Tutto vero. Ma - ed è grazie a questo ma che non dobbiamo piangerci troppo addosso - sembra che molta gente abbia ancora «sete di sapere», soprattutto tra i giovani, per i quali i dati di lettura segnalano una piccola crescita negli ultimi due anni. Poi ci sono i festival culturali che prolificano, le «lezioni pubbliche» che fanno il pieno, gli «intellettuali» che nonostante tutto hanno ancora un loro credito e i loro fan. E addirittura - per quanto difficile da immaginare - esiste una «editoria d’autore» che funziona, ha un suo pubblico e produce persino profitto.
Insomma, i barbari saranno anche alle porte, ma ci sono ancora buone ragioni per imparare, per capire, per «vivere».
Il messaggio di speranza - mai così necessario come in questo momento - arriva dalla annuale «Lettura del Mulino» tenutasi ieri a Bologna, la XXV della prestigiosa storia della casa editrice e dedicata quest’anno al ricordo di Giovanni Evangelisti, anima e «testa» del Mulino per oltre 40 anni. In una aula magna dell’Università di Bologna affollata di accademici e intellettuali (segno che non si sono estinti del tutto, come ha azzardato forse anzitempo il dinosauro Alberto Asor Rosa), e davanti a personalità politiche, da Romano Prodi ad Arturo Parisi; economiche, i vertici della Banca d’Italia in prima fila; e del mondo editoriale, dagli Zanichelli a Renata Colorni; ben tre autorevoli voci, con toni e inflessioni diverse, hanno rassicurato gli animi parlando di come sia ancora non soltanto necessario (e questo va da sé) ma anche possibile e conveniente «Fare cultura con i libri».
Che sia giusto e «conveniente» fare cultura con i libri lo ha fatto ben capire Remo Bodei, docente di Filosofia alla University of California, Los Angeles, e per anni alla Normale di Pisa, il quale ha riaffermato nel suo intervento La forza della parola scritta, ricordando come da una parte è indubbio che il libro “tradizionale” subisca la competizione di Internet e dei blog, e subirà sempre più quella di Kindle e delle biblioteche digitali online, ma dall’altra è altrettanto vero che è soprattutto nei «centri di sapere» come le case editrici (dove si producono testi di qualità, pur se non di altissima tiratura) che si può fare argine all’indifferenza culturale e al rifiuto del pensiero critico veicolato dal trash televisivo, dal gossip e da un’industria editoriale dominata dal mercato.
Che sia giusto e «conveniente» fare cultura con i libri lo ha spiegato anche Marc Lazar, storico e sociologo francese con cattedra all’Institut d’études politiques di Parigi e alla LUISS di Roma, il quale ha ripercorso nella sua lezione il tormentato rapporto tra Intellettuali e sfera pubblica dall’Émile Zola dell’affaire Dreyfus ai moderni spin doctor e agli «artisti» che agiscono nel mondo mediatico di oggi (non più organici a un’ideologia ma in prima linea per le grandi cause sociali, dal razzismo alla fame nel mondo) che sono ancora richiesti e ascoltati, e i cui libri continuano a essere letti, dibattuti, e venduti.
E che sia giusto e «conveniente» fare cultura con i libri lo ha soprattutto dimostrato, cifre alla mano, Gian Arturo Ferrari, direttore generale della divisione libri del Gruppo Mondadori, il quale ha spazzato via parecchi motivi di lamentele che circondano l’editoria di cultura. Usando uno strumento di misurazione del mercato dei libri magari non infallibile ma di certo affidabile come «Bookscan», Gian Arturo Ferrari ha preso in considerazione i primi cento editori per copie vendute dei quasi 5mila attivi in Italia (che fanno l’85% del mercato), e selezionando i titoli «di cultura», vale a dire la saggistica di qualità - quella per intenderci di Laterza, Bollati Boringhieri, Mulino, Raffaello Cortina, in parte di Einaudi, Feltrinelli, Bompiani, Adelphi e così via - ha calcolato che l’«editoria di qualità» vale circa il 10% del mercato. Che non è affatto poco, anzi: per fare un confronto, tutta l’editoria per bambini e ragazzi vale il 14%. Non solo: considerando che nella narrativa, italiana e straniera, l’«editoria letteraria» costituisce circa il 15% del mercato, si arriva al sorprendente risultato che, nel complesso, la cosiddetta «editoria di qualità» costituisce un quarto del totale del mercato librario. Chi l’avrebbe mai detto?
E del resto, tenendo presente il tema e il “taglio” dei libri che stiamo per citare, chi l’avrebbe mai detto che nella classifica dei 5mila libri più venduti nel 2008 (che fanno da soli la metà dell’intero mercato) tra i primi cinque titoli ascrivibili all’editoria di cultura ci sono saggi come L’ospite inquietante, il nichilismo e i giovani del filosofo Umberto Galimberti (al 24° posto, con circa 200mila copie vendute) o Il pane di ieri di Enzo Bianchi, priore della Comunità di Bose (al 75° posto con circa 80mila copie)?
Certo, si tratta di cifre che fanno sorridere vicino ai megaseller come Gomorra di Roberto Saviano, ormai sui 2 milioni e mezzo di copie (a proposito, ma è un titolo di qualità o no?), ma che pure fanno sperare.