La nostalgia di La Capria: «Così è tramontata la repubblica delle Lettere»

Nel suo ultimo (dice lui) libro, lo scrittore ricorda amici, romanzi e stili ormai scomparsi

da Roma

Dalla terrazza, all'ultimo piano di uno splendido palazzo di piazza Grazioli, si vede la grande bellezza di Roma. E l'uomo sulla terrazza accanto a me, dall'alto dei suoi 93 anni e delle sue amicizie, ha visto un bellissimo pezzo di '900. Dicono che il protagonista della Grande bellezza - un giornalista con alle spalle un importante debutto letterario, napoletano trasferitosi nella capitale, dandy e indolente con una splendida terrazza su Roma - sia lui. «Lo dicono, lo dicono...».

Dicono che Raffaele La Capria sia il più grande scrittore che abbiamo oggi.

«Ehee... Uno scrittore che non scrive più. Ho smesso».

Ha appena pubblicato Ai dolci amici addio (nottetempo), una raccolta di ritratti di scrittori coi quali ha diviso la sua vita.

«Erano perlopiù pezzi sparsi in vecchi libri, riviste e giornali... Li ho rimessi insieme e riguardati. Per guardarmi indietro e non scordare gli amici di ieri senza i quali non sarei quello che sono oggi».

Ieri La Capria era un brillante scrittore che debuttò nel 1952 con un romanzo importante, Un giorno d'impazienza, che poi vinse lo Strega con Ferito a morte, poi lavorò nel cinema, nei giornali, nell'editoria...

«L'editoria non la frequento più, è presa da una smania di produrre sempre cose nuove, sempre più velocemente, sempre più libri, mentre non legge più nessuno, o peggio si leggono cose che valgono ben poco... Mentre i miei libri se li sono dimenticati. Sono diventato un Meridiano... eccolo lì, nella libreria. Chi li legge i Meridiani oggi?».

Oggi chi è La Capria?

«Un vecchio che nessuno legge più e che non si ricorda neppure di aver vinto lo Strega, me lo stanno ricordando gli amici perché tra poco si vota...».

Lei allo Strega quest'anno ha presentato Edoardo Albinati con La scuola cattolica.

«È un romanzo in cui si vede la laboriosità dello scrittore. A qualsiasi pagina lo apri, trovi la stessa esattezza di linguaggio, la stessa accuratezza di osservazione. È un libro che mantiene uno stile sempre alla medesima altezza... Ogni tanto si pubblica ancora qualche libro buono, in mezzo a tanti non-libri».

Lei un paio di anni fa ha elegantemente ironizzato sugli scrittori «alieni», cioè giornalisti-scrittori, sportivi-scrittori, cantanti-scrittori, tutti rispettabili nella loro professione, ma che hanno nulla a che fare con la letteratura.

«Una volta c'erano editori che erano uomini con i quali ti confrontavi, parlavi, ti facevano cambiare idea, ti davano consigli. Oggi ci sono editori che sono fabbriche, e sfornano ciò che vende di più. E solo raramente sono libri che valgono».

Eccezioni?

«Tra gli editori, oggi, Roberto Calasso. Tra gli scrittori oltre ad Albinati mi vengono in mente Affinati, la Rasy... Ultimamente leggo poco i contemporanei, ma mi sembra che se pure c'è un buon livello medio di giovani avanzati, non ci sono più i grandissimi romanzieri e i grandissimi scrittori di un tempo...».

Perché distingue romanzieri e scrittori?

«Il romanziere crea un racconto, con dei personaggi che hanno una loro psicologia, con una storia che ha un andamento, con un principio, una curva, una fine. Lo scrittore è uno che sa scrivere bene le proprie idee, ma non crea personaggi o storie precise. C'è una bella differenza. Tutta la letteratura italiana è così: di qui i romanzieri, di lì gli scrittori».

Lei è romanziere o scrittore?

«Io non sono un grande romanziere, ma credo di essere uno buono scrittore».

E chi apprezza di più, i romanzieri o gli scrittori.

«Ovviamente amo di più ciò che non sono».

Nomi di grandi romanzieri?

«Moravia, Brancati, Piovene...».

E di scrittori?

«Savinio, Flaiano - che non inventa storie, ma scrive meglio di tutti - ma anche Pasolini, e Parise soprattutto...».

In Ai dolci amici addio dice che i Sillabari è una delle opere maggiori del '900 italiano.

«Parise è uno dei pochissimi che sa muoversi sul filo del rasoio del cuore: è facilissimo cadere nella banalità quando si toccano i sentimenti. Ma se riesci a stare in piedi, come sa fare Parise, allora sei fantastico. È molto più facile camminare sulla corda dello stile che sulla corda del cuore».

E lo stile nella scrittura quanto vale?

«Se scaturisce dall'interiorità, se nasce dalla pagina stessa, se è frutto di un lavorio di elaborazione intellettuale, è essenziale. Se è una forma applicata sopra la scrittura, come una mano di vernice, è inutile».

E lo stile nella vita?

«L'importante è che non sia narcisismo. Il vero stile è quello un po' fintamente trascurato, come la scrittura. Saper vivere bene è un'arte».

Bisogna anche essere nel posto giusto, al momento giusto. Lei scrive che negli anni '60, quando lavorava in Rai, in via del Babuino, le bastava scendere una rampa di scale e dall'ufficio entrava nella Dolce vita.

«È stata la stagione più bella della mia vita, e forse dell'Italia. Di certo di Roma».

Che rapporto c'è tra quella Roma e questa che è in ballottaggio oggi?

«Nessuno. Quella di ieri era una Roma che si riconosceva ai tavolini di piazza del Popolo, al centro del dibattito culturale del momento, nella politica come nel cinema o nella letteratura. Oggi non c'è più un luogo in cui puoi capire lo stato intellettuale di una città o di un Paese».

Che Roma vede oggi?

«Vedo una Roma orientale, dove i giorni trascorrono stanchi, sempre uguali, senza lampi. O almeno, così pare a me, da qui dentro, oggi».

Ieri, lì fuori, li ha incontrati tutti, gli intellettuali di quell'epoca. Ci racconti i suoi «dolci amici» ai quali, a uno a uno, ha detto addio.

«Di chi vuole sapere?».

Lei era legatissimo a Moravia, come lo ricorda?

«Un fratello maggiore. Non ti faceva mai sentire che lui era Moravia e tu nessuno. Si metteva sempre alla pari, molto democratico...».

Molto famoso, molto «impegnato»...

«Per niente. Pensava solo a se stesso e al proprio successo economico, guardava alle vendite, alle cose pratiche. Era molto romano».

Pasolini sì che era impegnato.

«Era ideologico, è diverso».

Parise?

«Parise era uno che quando sentiva parlare di impegno e ideologia rispondeva: Non me ne intendo. E per me uno scrittore dovrebbe sempre rispondere così».

E Elsa Morante?

«Ehh... Poteva anche essere cattiva in certi momenti. Ma era un essere umano estremo. Non eludeva nulla, prendeva sempre tutti i suoi rischi, non si riappacificava con niente».

Valentino Bompiani?

«L'editore perfetto. Lui ha scritto il suo libro più bello pubblicando i libri dei suoi autori».

Anna Maria Ortese.

«Intransigente. Forse troppo».

Cesare Garboli.

«Un grandissimo intellettuale. Me lo raffiguro come uno di quei gentiluomini ritratti dai pittori del '500, in cui si vede lo stiletto infilato nella cintura. Ma lui aveva la penna».

E La Capria, come vuole essere ricordato?

«Per quello che sono. Uno che faceva il suo lavoro e che sapeva usare, nella vita e nei libri, il senso comune. Cioè un modo di vedere e affrontare le cose senza pregiudizi. E chissà, una certa intelligenza».