Le nostre Caporetto da Cadorna a Craxi

Nel libro "Il paese delle molte storie" l'ambasciatore affronta molti nodi delle vicende italiane. Ma è troppo tenero con il generale della disfatta, con il Vittorio Emanuele III "Re soldato" e con il leader socialista

Nel suo nuovo libro Il paese delle molte storie (Rizzoli, pagg. 484, euro 19,50) Sergio Romano raccoglie una selezione della corrispondenza con i lettori da lui tenuta sul Corriere della Sera. Romano ha raggruppato gli argomenti trattati in quattro sezioni: «chi e cosa», «come e perché», «dove e quando», «i se e i ma». In un’introduzione egli sottolinea una caratteristica che è comune a tutti questi dialoghi tra chi scrive e chi legge. «Accade spesso - nota - che l’obbiettivo della lettera sia quello di affermare una tesi contro un’altra, quasi sempre con l’intenzione di segnare un punto nelle battaglie politiche dell’Italia d’oggi». Alla passionalità di queste prese di posizione, che non di rado può scadere nella faziosità, Romano replica con il suo distacco di ex diplomatico che non si rifugia nella reticenza, ma che spiega quante diverse sfaccettature vi siano in ogni fatto della cronaca e in ogni evento della storia.

Il più delle volte mi trovo completamente d’accordo con le opinioni di Sergio Romano. Non indugio perciò sui tanti punti in cui il mio giudizio coincide con il suo: preferisco invece esprimere qualche motivo di perplessità. Comincio dalla figura di Luigi Cadorna, fino a Caporetto comandante dell’esercito italiano nella Grande Guerra. Romano non nega gli errori e le miopie di Cadorna, ma osserva che furono comuni ai capi militari dell’epoca: e che Cadorna ebbe un forte carattere. Macellaio, insomma, perché lo erano tutti. Convengo, ma fino a un certo punto. Sia Cadorna nella prima guerra mondiale, sia Badoglio nella seconda, ebbero sui loro colleghi un vantaggio notevole. Poterono per qualche mese valutare le tecniche e le operazioni altrui, traendone insegnamento. Non impararono nulla: o piuttosto non vollero imparare, affezionati com’erano a schemi antiquati.

Nelle decimazioni Cadorna non fu più spietato del Duca d’Aosta, che aveva immeritata fama di mitezza: ma visitò per la prima volta una trincea nel 1916. Era un austero moralista, fustigatore dei politici vanitosi, e tuttavia nel suo quartier generale di Udine c’era aria di corte, e fioccavano le medaglie al valore per gli ufficiali di stato maggiore che combattevano le loro battaglie nel «trincerone del Dorta». Il caffè Dorta era appunto a due passi dal comando cadorniano. Letterati come Ugo Ojetti tessevano le lodi del capo. A Ojetti, che era stato incaricato - dopo la presa di Gorizia - di verificare gli eventuali danni subiti dalle opere d’arte della città, fu concessa per questa impresa la medaglia di bronzo. Un epigramma commentò così. «Ancor che al monte austriaca minaccia - duri, tu varchi intrepido l’Isonzo - e una medaglia arride alla tua faccia - Ugo, di bronzo». Mussolini, come la quasi totalità dei combattenti, detestò Cadorna: ma lo riabilitò successivamente nel nome di comuni ideali di legge e d’ordine.

Romano concede a Vittorio Emanuele III molte attenuanti, e quasi l’assoluzione piena, per la «fuga di Pescara» (che fu in realtà Ortona a Mare) dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943. «La fuga, fra tante sventure, ebbe almeno l’effetto di conservare allo Stato un territorio su cui sventolava la bandiera nazionale. Non è poco». Tuttavia a mio avviso non è abbastanza. Sì, Vittorio Emanuele III fu cinico e intelligente, il più intelligente fra i re della dinastia. Ma solo in qualche occasione - come a Peschiera dopo Caporetto - usò la sua intelligenza per il bene del Paese. Da «Re soldato» volle essere al fronte dal primo all’ultimo giorno della Grande Guerra. Ma s’accontentò d’essere il «Re fotografo», scattava istantanee e pareva ignaro dei massacri che quotidianamente avvenivano, o indifferente ad essi. E quando s’imbarcò sulla corvetta «Baionetta» portò con sé - per confermarli nei loro incarichi - i capi delle forze armate che avevano abbandonato i loro comandi, mentre disponevano di forze superiori a quelle tedesche, e nel contempo abbandonato centinaia di migliaia di uomini. Se fosse stato davvero un «Re soldato» avrebbe dovuto farli fucilare.

Sergio Romano dà «uno sguardo d’insieme» ai meriti e alle colpe di Craxi. Per gran parte del suo giudizio sono con lui. Craxi ebbe una statura politica rimarchevole, e vide con chiarezza alcune direttive cui l’Italia doveva ispirarsi e alcune insidie da cui doveva guardarsi. Fu posto alla gogna, per le sue indubbie disinvolture nella gestione del denaro pubblico, da quei comunisti il cui partito «era vissuto di finanziamenti sovietici sino alla fine degli anni Settanta e di tangenti sul commercio Est-Ovest sino alla fine degli anni Ottanta». Sacrosante verità. Ma Romano considera un merito craxiano l’aver reagito «con uno scatto di orgoglio quando una forza speciale degli Stati Uniti cercò di impadronirsi, su un aeroporto siciliano, del commando palestinese che aveva dirottato la nave Achille Lauro». Dissento. La tesi di Romano reggerebbe, a mio parere, se una volta respinta l’interferenza degli americani - un cui concittadino, l’ebreo e invalido Leon Klinghofer, era stato assassinato sull’Achille Lauro - i militari italiani avessero trattenuto in arresto Abu Abbas, che dell’atto di pirateria era stato lo stratega, affinché fosse giudicato (lo fu poi, da latitante, e condannato). Invece lo si lasciò scappare.