Nucleare, all’Italia servono 15 anni

Giancarlo Casarelli *

Ogni qualvolta si verifica un turbamento nel settore internazionale dell’energia o per complicazioni geopolitiche come ad esempio quelle recenti tra Russia e Ucraina o per l’acuirsi più o meno strumentale di previsioni pessimistiche sulle riserve mondiali e sui costi futuri degli idrocarburi o ancora per allarmi di natura ambientale, effetto serra od altro, tornano alla ribalta della cronaca richieste per un ritorno dell’Italia alla costruzione di impianti nucleari per la produzione dell’energia elettrica. È preoccupante che ancora qualcuno accettato per eccesso di generosità come esperto possa coltivare e diffondere la illusione che l’energia nucleare possa rappresentare un rimedio per uscire da condizioni di potenziale o reale emergenza. Per evitare che la questione nucleare generi confusione interpretativa tra la gente ancora più sulle linee di politica energetica governativa è bene chiarire una volta ancora che di ripresa nella costruzione in Italia di nuovi impianti nucleari di potenza se ne potrà riparlare tra 10-15 anni. Vediamone il perché. Come guida usiamo due parametri, uno fornito dalla storia nucleare nel recente passato, nel presente e gli scenari futuri più attendibili nei Paesi occidentali con i quali più frequentemente ci confrontiamo in termini di costo dell’energia elettrica prodotta e rispetto dei vincoli assunti con la firma dei protocollo di Kyoto, l'altro sulle capacità attuali sia scientifiche che industriali italiane nel campo nucleare specifico.
Nei Paesi occidentali, Ue dei 15 (la Francia è un caso a sé. Infatti fino dagli anni ’70 ha assegnato alla tecnologia nucleare in campo civile un ruolo politico, quello della propria indipendenza energetica e tecnologica. Non va dimenticato anche che la Francia è militarmente uno tra gli Stati riconosciuti come potenza nucleare con inevitabili sinergie con le applicazioni civili), Usa e Canada sono circa vent’anni che non si ordinano nuovi impianti nucleari di potenza (World nuclear association - Swiss association for atomic energy); per l'immediato futuro in quegli stessi Paesi non ci sono progetti per nuovi programmi nucleari per i prossimi anni (1º meeting World Energy Council Maggio 2005; Il ruolo futuro dell’energia nucleare in Europa) e per gli anni fino al 2025-2030 le previsioni più attendibili per prestigio internazionale (World Energy Outlook 2005-Iea) sono per una riduzione rispetto ad oggi della potenza nucleare installata in particolare nei Paesi della Ue.
Le ragioni della «disaffezione» al nucleare sono rappresentate dalle quattro criticità riconosciute a livello internazionale e non ancora risolte, cioè i costi degli impianti, la sicurezza, la sistemazione definitiva delle scorie radioattive e la possibile proliferazione incontrollata dei materiali nucleari. Per risolverne o attenuarne l’effetto almeno per qualcuna sono in corso a livello internazionale studi per nuovi progetti di reattore che nelle più ottimistiche delle previsioni potranno portare ad una filiera commercialmente valida entro i prossimi 10-15 anni.
La situazione specifica italiana è nota. Dopo più di vent’anni di abbandono del nucleare si è disperso quel fragile sistema progettuale, industriale ed organizzativo strutturato gradualmente ed a fatica negli anni precedenti. Il nocciolo di quel sistema era il capitale umano. Quella cultura fatta di sapere scientifico e tecnologico non può essere richiamata in servizio a comando né si improvvisa. Occorreranno anni per ricostruire una sufficiente capacità progettuale e manifatturiera che è la premessa indispensabile per l’avvio di un qualunque programma nucleare serio e non di avventure ingannevoli e prive di significato. Si deve quindi riconoscere che in Italia è attualmente improponibile il ritorno immediato alla costruzione di impianti nucleari. È venuto il momento di voltare finalmente pagina, abbandonare le sterili chiacchiere dei nuclearisti improvvisati e pianificare ed attuare efficaci e ben mirate modalità dì formazione delle risorse umane che permettano la interiorizzazione della conoscenza intima dei processi per ricostruire un sistema con cultura nucleare e capacità industriali specifiche sufficienti per ricoprire tutti i ruoli del «gioco» che si vuole riprendere e necessari come «garanzia» di ultima istanza in caso di gravi emergenze future, in particolare quelle ambientali.
A monte di una decisione favorevole per un possibile futuro piano nucleare è comunque necessario che il mondo politico assuma un approccio responsabile che affronti fin da ora, pena l’aborto del piano con i conseguenti danni economico-finanziari e la mortificazione di qualificate risorse umane, alcuni temi ineludibili come quello di assicurare la continuità della volontà del nostro variopinto mondo politico e delle parti sociali a favore del nucleare vincolata per alcuni decenni (sembra quasi una favola), dichiarare esplicitamente che la scelta nucleare richiederà la costruzione di non meno di 15-20 impianti da 1000 MWe l’uno e che porterà ad eventuali frutti non prima dei prossimi 20 anni, elaborare una struttura normativa e giuridica capace di incentivare la disponibilità dei mercati finanziari ad impegnarsi in un programma nucleare in condizioni di libero mercato ed infine assicurare il consenso delle popolazioni alla localizzazione dell’intero sistema nucleare.
* Autore del testo Fisica e ingegneria dei reattori nucleari
riata@mbox.zero.it