NUMERI Una maledizione al quadrato

Da lunedì in Italia il film «Number 23», storia di un enigma e di un’ossessione In attesa del boom di matrimoni il 7 luglio (07-07-07) ricordiamo i geni che furono «vittime» della matematica

Walter Sparrow, il tranquillo americano interpretato da Jim Carrey nel film Number 23 (nelle sale da lunedì prossimo) è ossessionato dal numero 23: dopo aver casualmente letto un romanzo che s’intitola appunto The number 23 si convince che tutta la sua vita ruoti attorno a quel numero, fino a sprofondare in un incubo. Ma se Sparrow è un personaggio immaginario e se molti suoi compatrioti vogliono sposarsi il 7 luglio di quest’anno (07-07-07: numero perfetto per la Bibbia, per i buddhisti - dato che Buddha fece sette passi alla nascita - e per i giapponesi - che contemplano nella propria mitologia sette divinità fortunate) molti uomini di cultura, nel corso dei secoli, sono rimasti vittime dei numeri.
A partire da Ippaso di Metaponto, il quale divulgò il grande segreto dei pitagorici, l’esistenza dei numeri irrazionali, cioè dimostrò che non tutti i rapporti tra misure si risolvono in modo armonico, vale a dire in termini di numeri interi e di rapporti tra interi. Si narra che lo stesso Zeus, adirato contro di lui, lo fece perire in un naufragio.
Se gli dei punirono Ippaso per aver violato i loro segreti, furono meno feroci ma altrettanto severi, nel Novecento, con Georg Cantor, Ludwig Wittgenstein e Bertrand Russell. Quest’ultimo, dopo aver terminato, nel 1913, i tre volumi dei Principia Mathematica, scritti in collaborazione con Alfred North Whitehead, ammise di avervi riversato tutto il proprio acume intellettuale e che non avrebbe mai più recuperato le energie mentali spese nella stesura delle duemila pagine di questa summa della logica matematica.
Ludwig Wittgenstein, allievo molto a modo suo di Russell, dopo la pubblicazione del Tractatus Logico-Philosophicus nel 1922 decise che non c’era più nulla da dire e si dedicò all’insegnamento, al giardinaggio e all’architettura in giro per l’Austria, carezzando anche l’idea di farsi monaco - cosa che sconcertò terribilmente Russell.
Nel 1872 Georg Cantor, padre della teoria degli insiemi, scriveva che la nozione di numero porta in sé il germe di un’estensione necessaria in sé stessa e assolutamente infinita. E mentre tra il 1896 e il 1897 tentava di dimostrare che Francis Bacon era il vero autore dei drammi di Shakespeare, in un libro del 1905, Ex Oriente Lux, affermava che, a legger bene la Bibbia, Giuseppe vi era chiaramente indicato come il padre di Gesù. Nella clinica psichiatrica di Halle in cui fu rinchiuso sette mesi prima della morte, si proclamò figlio di Nicola II di Russia, ma anche di Enrico VIII d’Inghilterra. Folle o no, evidentemente anche Cantor si era scontrato con le colonne d’Ercole del pensiero, quei limiti che appunto gli dei della matematica non vogliono siano superati.
E se ai giorni nostri John Forbes Nash jr, premio Nobel per l’economia e schizofrenico, deve la sua fama a un film di qualche anno fa, A Beautiful Mind, anche il secolo d’oro della ricerca matematica, l’Ottocento, aveva visto i suoi martiri della ricerca. Il norvegese Niels Henrik Abel morì a 26 anni, nel 1828, povero e tisico, senza essere riuscito a rendere noti i suoi studi, oggi riconosciuti come fondamentali.
Anche George Rieman, un eversore, con la sua geometria non euclidea, come Ippaso di Metaponto morì di tisi, ma riuscì a pubblicare i suoi lavori prima della morte. La notte del 29 maggio 1832, prima di un duello che gli sarà fatale, Evariste Galois, ventiduenne, cercò di sistemare i suoi lavori matematici, lasciando delle note in cui diceva «mi manca il tempo per un’esposizione più completa e chiara». Ci vollero decenni per completare le sue dimostrazioni. In Irlanda, nel 1865, William Rowan Hamilton, fisico, matematico e astronomo, dopo aver dato contributi fondamentali alla razionalizzazione della meccanica, morì alcolizzato in uno stanza ingolfata di carte, resti di vari cibi, pezzi di carne, formaggi, panini ammuffiti.
Impossibile non citare infine, in questa galleria di illustri esploratori dei segreti dei numeri caduti sul campo, Alan Mathison Turing, pioniere nello studio della logica dei computer e tra i primi ad avventurarsi nelle ipotesi sull’intelligenza artificiale (David Leavitt ne ha scritto recentemente la biografia: L’uomo che sapeva troppo, Codice Edizioni, pagg. 248, euro 19, traduzione di Carolina Sargian). Durante la Seconda guerra mondiale mise il suo cervello al servizio degli Alleati, lavorando con altri colleghi al progetto Colossus, che riuscì a decifrare i codici segreti nazisti. Personalità tormentata, omosessuale, arrestato e sottoposto a castrazione chimica perché i servizi segreti temevano che i suoi gusti sessuali potessero renderlo ricattabile, Turing si suicidò nel 1954, mangiando una mela avvelenata con cianuro di potassio. L’azienda ha sempre smentito, ma ancora circola la leggenda che il simbolo della Apple, una mela mangiucchiata, sia un omaggio a Turing.