La nuova Cina? Figlia dell’Occidente

Negli anni Novanta abbiamo fornito mezzi di produzione ad alta tecnologia. E loro hanno impiegato terreni e manodopera giovane

È uno dei più brillanti analisti italiani di geopolitica. Senza dubbio il più originale e affascinante. Porta i gradi di tenente generale, ma le sue competenze vanno al di là di quelle strategico-militari. Fabio Mini sa collegare l’economia alla politica, le questioni energetiche a quelle socioculturali. La sua è sempre una visione globale, che oggi lo induce a prevedere la nascita di un nuovo ordine mondiale.
Generale Mini, lei più volte ha rimproverato l’Occidente di non capire i cinesi. Stiamo sbagliando tutto?
«Tutto no. È una questione di prospettiva: da che punto di vista noi guardiamo la Cina? E loro, come ci vedono? Le due visioni non coincidono. Se noi vedessimo Pechino con gli occhi dei cinesi non saremmo molto felici, scopriremmo una realtà molto problematica e dura. Ma è il nostro modo di osservare la Cina a provocare più danni che benefici. Per noi la Cina è un pericolo, un ostacolo al nostro sviluppo; il che è paradossale, perché noi europei in particolare non perseguiamo un programma di sviluppo preciso e pertanto le nostre preoccupazioni sui cinesi sono vaghe, fumose. Inoltre ci dimentichiamo che lo sviluppo della Cina non è legato solo al dumping e allo sfruttamento, ma è un fenomeno più articolato in cui noi abbiamo avuto un ruolo decisivo».
Intende dire che siamo incoerenti?
«In parte sì. Negli anni Novanta siamo stati noi occidentali a dare alla Cina, chiavi in mano, mezzi di produzione ad alta tecnologia. Gli Iso 9000 e 10000 oggi li trova lì. Loro hanno messo a disposizione terreni e manodopera giovane e a buon mercato, gran parte della quale in regola. Gli stipendi sono concordati, c’è la settimana corta. Sono i costi iniziali, molto più bassi che da noi, a garantire la produttività, non c’è solo sfruttamento. Loro ci dicono: vi diamo dei prodotti buoni, secondo le vostre specifiche, a costi bassi, con i vostri finanziamenti, usiamo la vostra tecnologia e ora ci dite che vi danneggiamo? Prima ci immettete nel sistema del mercato mondiale e poi alzate le barriere?».
Ma quando un Paese ha un miliardo e 300 milioni di abitanti è normale che gli Stati più piccoli, come quelli europei, temano di venire travolti. Non crede?
«La paura è comprensibile, ma fuorviante. Da un lato perché tentando di impedire l’arrivo di prodotti a basso valore aggiunto, non difendiamo la nostra industria migliore, ma, sovente, il nostro sommerso legato alle mafie e alle camorre. Per cui io dico: che sia benvenuto chi viene dall’estero e caccia fuori mercato i nostri sfruttatori. Ma d’altro canto, ci ostiniamo a non ragionare in termini strategici. Noi occidentali vediamo la Cina solo in termini antagonistici».
E invece?
«Dovremmo prendere coscienza che gli equilibri planetari stanno cambiando. Noi pensiamo ancora che in futuro l’ordine mondiale possa essere uguale a quello del passato ovvero che chi ha vinto ed è superiore a tutto, dunque l’America, possa imporre agli altri Paesi le proprie leggi sull’economia e sulla sicurezza. Non è più così».
Perché, cos’è cambiato?
«È cambiato il mondo dopo l’11 settembre e, soprattutto, dopo la guerra in Afghanistan e in Irak. L’esito non felice di questi due conflitti incoraggia anche Paesi piccoli e medi ad avanzare le proprie rivendicazioni, a difendere i propri interessi. L’idea delle superpotenze in grado di influire sulle grandi decisioni, ha perso credibilità».
Ma storicamente ci sono state sempre potenze dominanti...
«È un processo graduale, il vecchio ordine mondiale funzionava su una contrapposizione di potenze (Usa-Urss) che generavano equilibri e poi sulla supremazia di una sola, l’America; mentre il futuro ordine sarà basato su diverse asimmetrie».
E questo che cosa significa?
«Che sempre più Paesi intraprenderanno strade autonome per risolvere i propri problemi o per sfruttare al meglio le proprie risorse. I disequilibri dovranno essere regolati di volta in volta, secondo logiche nuove, cercando continuamente compromessi. Contrariamente a oggi non sarà più una sola potenza a determinare le regole del gioco. È questo il quadro per i prossimi 25-30 anni».
Eppure gli Usa non sembrano intenzionati a rinunciare al proprio ruolo di superpotenza...
«L’America a lungo si è fatta sedurre dal progetto di un mondo unipolare, ora torna all’idea di multipolarismo; ma la sua è una visione tradizionale, con più attori internazionali che possiedono la superforza. E qui si sbaglia. Ho l’impressione che non abbia capito che le vecchie logiche, basate su un chiaro rapporto di causa ed effetto, non saranno più sufficienti a governare il mondo. Tutti, anche l’America, dovranno imparare a essere più flessibili e multidisciplinari, a capire meglio le realtà altrui. Il nuovo ordine sarà caratterizzato da una moltitudine di attori che avranno una piccola forza, magari in settori specifici e da molte alleanze variabili. Non ci saranno più poche grandi potenze contrapposte».
E questa è un’opportunità per l’Italia?
«Certo, noi siamo una potenza di nicchia ma grazie alla nostra duttilità possiamo giocare un ruolo molto importante in termini sia politici sia economici».
Però la Cina non sembra una piccola forza...
«Sì, ma nel nuovo mondo il miliardo e 300 milioni di abitanti diventa ininfluente, perché il grande numero ha anche delle esigenze interne. La Cina non può permettersi di usare questa massa umana per conquistare l’Occidente; la sua preoccupazione è di usare la ricchezza prodotta dai 300 milioni di abitanti delle zone costiere per trainare il miliardo che ancora vive in povertà».
Tra le esigenze interne considera anche il controllo di un territorio immenso?
«Certo, come tutti gli imperi, la Cina ha paura dei confini. E teme che un pezzo del proprio territorio diventi indipendente. Il problema di Hong Kong e Macao è stato risolto; resta la questione di Taiwan».
Dunque che ruolo avrà la Cina nel nuovo ordine asimmetrico?
«La Cina può essere controllata solo se entra in un sistema mondiale in cui trova una sua collocazione di prestigio. Chi pensa di accantonarla o di trattarla come un nemico sbaglia».
Ma Pechino è già nell’Onu e nel Wto. Di quali altri riconoscimenti ha bisogno?
«Queste sono posizioni formali, che però non sono decisive nell’ambito dei rapporti bilaterali o multilaterali. Il seggio permanente nel Consiglio di sicurezza dell’Onu con il diritto di veto non è stato conquistato dalla Cina, ma è scaturito dalla seconda guerra mondiale. Pechino vuole che sia riconosciuto il prestigio della Cina di oggi, non di quella imperiale prerivoluzione, né di quella di Mao».
È difficile premiare un Paese che è liberale in economia, ma dittatoriale e che ancora si regge su un Partito-Stato, non crede?
«Bisogna considerare che se negli ultimi 20 anni non ci fosse stato il Partito-Stato, la Cina non sarebbe a questi livelli. Le dirò di più: questo sistema ha fatto comodo a coloro che hanno investito in questo Paese - come gli americani, gli europei, ecc. - e a coloro che hanno accumulato una posizione finanziaria enorme con la Cina, che detiene buona parte del debito statunitense. Ora bisogna fare i conti con questa realtà».
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