UNA NUOVA RICERCA RENDE PIÙ EFFICACE LA TERAPIA

Oggi è possibile ridurre la frequenza e la gravità dei movimenti incontrollati e migliorare la qualità di vita

Ignazio Mormino

Nel 1817 un medico inglese, James Parkinson, descrisse una malattia cronica contrassegnata da rigidità muscolare, tremori diffusi (specialmente alle mani) e lentezza di movimenti. La chiamò «paralisi agitante». Oggi si chiama malattia di Parkinson. È dovuta a una grave carenza di dopamina collegata a una continua perdita di neuroni. Si manifesta spesso dopo i 50 anni. In Italia ne soffrono 220mila persone.
La levodopa è il farmaco più efficace nel trattamento della malattia di Parkinson, come hanno confermato nello scorso aprile le nuove Linee Guida dell’American academy of neurology. Negli ultimi 40 anni con l’utilizzo della levodopa si è ottenuto un consistente controllo dei sintomi e si è ridotta la disabilità dei pazienti parkinsoniani.
La ricerca scientifica ha ottenuto una nuova formulazione a base di levodopa (nome chimico: stalevo) che permette ai malati di Parkinson un controllo dei sintomi della malattia, assicurando una migliore qualità di vita a tutti i pazienti.
Stalevo mantiene le concentrazioni di levodopa più stabili nel sangue, e di conseguenza livelli più costanti di dopamina a livello cerebrale, permettendo una stimolazione dei recettori dopaminergici più continua.
Grazie a questo meccanismo d’azione, stalevo, rispetto alle formulazioni tradizionali a base di levodopa, determina un miglior controllo dei sintomi motori per più lunghi periodi nell’arco della giornata; incrementa il tempo in cui il paziente è libero da tremori e da altri sintomi negativi. Questi benefici clinici vengono mantenuti anche nel trattamento a lungo termine. Inoltre attraverso la stimolazione più continua e fisiologica dei recettori dopaminergici, Stalevo potrebbe ridurre l’insorgenza delle complicanze motorie (che insorgono generalmente dopo lunghi periodi di trattamento con formulazioni tradizionali a base di levodopa).
Secondo il professor Stefano Ruggeri, cattedratico di neurologia nell’Università romana «La Sapienza», il nuovo farmaco «rappresenta l’opzione terapeutica che si avvicina maggiormente all’idea di somministrazione continua di levodopa. Studi recenti condotti in vari Paesi hanno dimostrato che stalevo, rispetto alle formulazioni tradizionali di levodopa/carbidopa, favorisce una stimolazione più costante e fisiologica dei recettori dopaminergici, prolungando la durata dell’effetto esercitato dalle singole dosi di levodopa. Ciò si traduce in un miglior controllo dei sintomi motori con un buon profilo di tollerabilità».
Purtroppo non esiste ancora un farmaco specifico per la protezione dalla progressione della malattia di Parkinson ossia non abbiamo la possibilità di una deviazione dalla parabola del Parkinson. I risultati interessanti avuti con la stimolazione profonda con elettrodi cerebrali nel subtalamo potrebbero essere ampliati con la stessa metodica ma su altri centri cerebrali più utili al miglioramento della sintomatologia.