La nuova utopia di Bertinotti

Gianni Baget Bozzo

Il comunista Bertinotti ha visitato la comunista Cina. L'incontro dei due comunismi non poteva essere più paradossale: in Cina, paese cardine della globalizzazione - dichiara Bertinotti a Liberazione - il lavoro e il conflitto sociale sono tendenzialmente espulsi dal processo, nel senso che il cuore del processo stesso è il primato assoluto della merce e l’interesse dell’impresa. La Cina è perciò, per il segretario di Rifondazione, la realizzazione perfetta di quella mercificazione dell’uomo in cui Marx ha visto l’essenza del capitalismo.
Sorgerebbe allora un problema del tutto nuovo: come mai il comunismo della rivoluzione contadina, della «lunga marcia», del libretto rosso, dell’attacco al quartier generale, il comunismo che conservava il sapore dell’utopia, è diventato la realizzazione perfetta della forma definitiva del capitalismo nel pensiero di Marx. Ci si può chiedere se proprio il dominio totale dell’uomo sull’uomo, che fu il comunismo anche in Cina, non abbia prodotto in quel paese quelle premesse di umiliazione del singolo e della società che hanno dato vita ad un capitalismo mai conosciuto dall’Occidente.
In realtà, il capitalismo di Marx è un’astrazione, perché esso si realizzava in un contesto civile, cristiano e moderno, in cui i diritti dei singoli e della società venivano tenuti in vita da fattori spirituali e culturali. La prova stessa fu la nascita del movimento operaio, che si organizzò come protesta umana, culturale e sociale contro il capitalismo come sistema totale. Il limite di Marx fu il suo materialismo: non vide i fattori civili che avrebbero reso possibile la totale mercificazione dell’uomo.
Questo è avvenuto nella Cina di Mao e di Deng, e ciò non può essere casuale. Nella cultura cinese mancavano quegli anticorpi cristiani, di spiritualità e di libertà, che davano forma ai diritti individuali e alla loro organizzazione. Nella stessa Russia comunista, e nel suo impero europeo, non fu possibile spezzare la resistenza sociale, e fu questa a determinare il crollo del sistema.
Bertinotti non ha dunque spiegato il problema che egli pone: come mai il perfetto comunismo si è rovesciato nel perfetto capitalismo. Ma il segretario di Rifondazione vede nella scelta cinese una opzione inevitabile, perché questa è per lui la globalizzazione in corso nel mondo: la totale mercificazione dell’uomo. La Cina non è che l’esempio perfetto della direzione in cui va il mondo: un capitalismo senza limiti, in cui non esiste più l’umanità dell’uomo. La Cina è vicina, dice Bertinotti, perché la globalizzazione, il super-capitalismo è la realtà con cui ci si deve confrontare.
Ma si può uscire dalla globalizzazione? «No - dice Bertinotti - non possiamo neppure vagamente sperare di farcela a battere la Cina: sul terreno della concorrenza e della competitività la partita è perduta e non possiamo che rimanere schiacciati».
Allora bisogna inventare l’opposizione alla globalizzazione. E qual è la risposta alla sfida? Bertinotti risponde che è «la democrazia partecipata, il dispiegarsi del conflitto maturo, la costruzione di spazi progressivi di libertà collettiva, sottratti alla logica dell’impresa».
Siamo nel perfetto regno di utopia: occorre opporsi alla realtà, organizzare l’opposizione «massiva» alla globalizzazione. Bertinotti è tornato dunque in pieno ad un socialismo pre-marxista, che oppone la giustizia ideale alla società reale. La soluzione, per il segretario di Rifondazione, è l’antagonismo sociale, l’antagonismo alla globalizzazione che governa il sistema del mondo, e di cui la Cina è il prototipo. E qui Bertinotti cita la lotta anti-Tav della val di Susa e quella dei metalmeccanici per il loro contratto. All’idea della globalizzazione dell’economia, Bertinotti risponde con la parcellizzazione del conflitto. A un sistema mondiale economico si possono contrapporre, dice Bertinotti, conflitti sociali e locali.
Se questo è il programma di governo di Rifondazione, occorre dire che non è un programma di governo: è l’uscita dalla realtà: rinunciare a competere vuol dire rinunciare a produrre. Certamente Bertinotti non è più marxista, è tornato al massimo a Proudhon, alla filosofia della miseria e alla miseria della filosofia, per usare il linguaggio di Marx.
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