Le nuove conquiste della cardiologia

La terapia endovascolare ha già rivoluzionato la cura delle malattie cardiovascolari. «Fino ai primi anni Ottanta - afferma il dottor Maurizio Tespili, direttore a Bergamo della unità operativa di cardiologia dell'ospedale Bolognini di Seriate, dove vengono ricoverati oltre duemila pazienti all'anno per problemi cardiovascolari - si ricorreva alla terapia medica e, quando necessario, a quella chirurgica. Oggi tutti i distretti arteriosi del nostro sistema circolatorio possono essere trattati con la terapia endovascolare, che in molti casi non è più da considerare un'alternativa al trattamento chirurgico convenzionale, ma può essere considerata la prima scelta cui riferirsi. Il restringimento di una arteria (coronarie, carotidi, femorali, iliache, renali, tibiali) viene curato senza una incisione, ma con cateteri che allargano il punto ristretto con palloncini. Costruiti con tecnologie sofisticate e capaci di arrivare ad alte pressioni di gonfiaggio, anche fino a 10-15 atmosfere, riaprono l'arteria. Sono poi inseriti degli stent, retine metalliche in acciaio o altre leghe biocompatibili, che vengono lasciate all'interno come rinforzo nel punto della dilatazione. In alcuni casi l'intervento endovascolare è eseguito non per dilatare un punto stretto, ma per sigillare una dilatazione arteriosa (aneurisma) con particolari devices costituiti da metallo e tessuto sintetico».
Un grande vantaggio della terapia endovascolare è la mininvasività. Questa tecnica consente di effettuare interventi delicati senza il traumatismo conseguente ad un intervento chirurgico. Spesso sono inoltre eseguiti in anestesia locale. In Italia per dilatare le coronarie si eseguono oltre 130mila angioplastiche, di cui quasi 25mila in presenza di un infarto al miocardio.
«Tra gli impieghi di queste tecniche endovascolari - spiega il dottor Tespili - vi è la rivascolarizzazione coronarica ibrida. Eseguita da cardiologi interventisti (angioplastica) e da cardiochirurghi (con la tecnica di minitoracotomia) in momenti diversi, permette di ridurre il rischio operatorio (la circolazione extracorporea) con un risultato di alta qualità, anche in pazienti a rischio per età o per la presenza di altre malattie». La cardiologia interventistica sta rivoluzionando molte terapie mediche e soprattutto riesce a risolvere problemi che con la terapia tradizionale non erano risolvibili o lo erano solo parzialmente.
Oggi in Italia i diabetici sono 1,6 milioni, ma altri 800mila lo sono senza sapere di esserlo. Il diabete è una malattia insidiosa, una autentica epidemia sociale. La società italiana di diabetologia è da anni allarmata. Quando appaiono le complicanze, gravi danni sono già stati fatti nel nostro organismo. Il paziente diabetico è a rischio di infarto e ictus, va incontro a cecità (retinopatia), rischia di dover ricorrere alla dialisi per insufficienza renale (nefrologia), accusa progressivi dolori agli arti inferiori (arteriopatie) che possono aggravarsi a tal punto da evolversi in gangrena e rendere necessaria l'amputazione al piede: oltre 20mila casi all'anno. A questa grave situazione si arriva dopo dieci anni di malattia, anni in cui il diabetico, non sapendo di esserlo, non si è mai curato. È vitale il controllo della glicemia per identificare le persone a rischio di diabete. Quando le arteriopatie si manifestano le cure devono essere tempestive, i rischi sono elevati.
«Le amputazioni sono quindici volte più frequenti nei diabetici, per evitarle si deve aggredire la malattia, curare le ulcere e ricorrere, quando tecnicamente possibile, alla rivascolarizzazione delle arterie degli arti inferiori. La terapia endovascolare ha un ruolo centrale». Tespili (si è specializzato a Londra ed a San Francisco) coordina un team di specialisti, tra cui il dottor Antonio Silvestro, che esegue oltre 800 angioplastiche coronariche all'anno e più di 100 procedure endovascolari delle arterie periferiche soprattutto in pazienti affetti da piede diabetico.
«La collaborazione tra cardiologi, emodinamisti, diabetologi, chirurghi vascolari, è fondamentale. Le lesioni ulcerative, se ben curate, guariscono. Si possono ottenere risultati eccezionali anche nel 97% dei casi con la scomparsa del dolore lancinante che affligge giorno e notte i pazienti. Un ulteriore obiettivo della rivascolarizzazione è di evitare il grave stato di stress psicologico legato all'amputazione. Si deve agire preventivamente in adeguati Centri antidiabetici, quando poi si manifestano lesioni ulcerative anche se piccole non si deve mai trascurarle, sono una spia di un problema vascolare maggiore. Mai sottovalutarlo. Solo un corretto approccio multidisciplinare (diabetologi, interventisti endovascolari e chirurghi vascolari) consente di formulare le giuste indicazioni sul tipo, modalità e tempi del trattamento. Vanno create reti provinciali per il ricovero dei pazienti diabetici che necessitano di rivascolarizzazione rapida e che vanno poi seguiti in Centri antidiabetici, per il proseguimento e la cura delle lesioni ulcerative».