Con nuove metodiche il cardiologo evita la ristenosi

Gianni Clerici

La malattia delle coronarie, se non trattata, può portare all'infarto acuto del miocardio. Essa viene oggi affrontata con metodiche di ultimissima generazione che spesso non richiedono più l'intervento chirurgico. Queste tecniche non invasive, denominate «angioplastica coronarica», hanno una percentuale di successo immediato estremamente elevata e sono diventate oggi ancor più efficaci, risolvendo così spesso in modo definitivo i problemi di Angina Pectoris del paziente. Stiamo parlando degli stent medicati, ai quali si deve una vera e propria rivoluzione nel campo dell'angioplastica coronarica.
«Il tallone d'Achille di questa tecnica d'intervento era in passato la recidiva della lesione», spiega il professor Alessandro Fontanelli, primario del reparto di cardiologia dell'ospedale di Vicenza, pioniere dell'angioplastica nell'infarto acuto in Italia. «L'inserimento del cosiddetto palloncino per dilatare il restringimento dell'arteria, infatti, costituiva un trauma per la parete del vaso sanguigno, tale da provocare, per reazione, una anomala crescita di cellule che, col tempo, poteva comportare un nuovo restringimento arterioso (ri-stenosi, sia anatomica che clinica)».
Un significativo passo in avanti si è avuto negli anni Novanta grazie all'introduzione degli stent, appositi tubicini a rete metallica di piccole proporzioni (15 mm di lunghezza per un diametro di soli 3 mm) in grado di mantenere il flusso sanguigno nella coronaria facendo da impalcatura al tratto dilatato. Pur così ridotto notevolmente, tuttavia, il fenomeno delle recidive sussisteva per i casi più complessi (pazienti con più rami coronarici da trattare, oppure sofferenti anche di altre patologie, quali il diabete).
A portare un'innovazione fondamentale è stato, da alcuni anni, l'avvento degli stent medicati: «Si tratta di stent che hanno sulla parete esterna un principio attivo; uno dei più diffusi ed efficaci è il Paclitaxolo, in grado di ridurre la crescita anomala delle cellule interne della parete arteriosa e quindi il ripetersi dell'occlusione», osserva il professor Alessandro Fontanelli. «Una strategia che consente una risoluzione localizzata del problema pressoché definitiva nell'area d’intervento».
La diffusione di questi nuovi stent (in Italia nel 2005 sono stati trattati oltre 100.000 pazienti) ha permesso di ricorrere all’angioplastica sia in elezione sia in emergenza: «Pazienti per i quali in passato era indispensabile un intervento chirurgico a "cielo aperto" - in cui era necessario aprire il torace e, spesso, "fermare" il cuore per l'inserimento di molteplici by-pass - sono attualmente curati con questa tecnica. Oggi si risale alla coronaria semplicemente attraverso un piccolo foro nell'arteria femorale della gamba», afferma il cardiologo. «Questo consente di dimettere il paziente dopo soli tre giorni di degenza, anziché obbligarlo ad un lungo decorso post-operatorio in ospedale, con grandi benefici sia per la qualità della vita del paziente stesso, sia dal punto di vista economico per il sistema sanitario».
Riducendo così drasticamente il rischio di complicanze è possibile procedere al trattamento di più rami coronarici ammalati: «Un traguardo importante», sottolinea il professor Fontanelli ricordando che l’invecchiamento della popolazione ha determinato un innalzamento delle aspettative di vita. Gli ottuagenari costituiscono già oggi il 20% dei casi trattati con questa nuova tecnica».