Il nuovo Davide contro Golia: «Così sfidiamo il gigante Google»

Guida il motore di ricerca Qwant: «Il successo di una start up non dipende solo dai soldi»

di Giacomo Susca

Chi controlla le informazioni controlla il mondo intero, recita il mantra della società digitale. Ma per affacciarsi sulla realtà occorre possedere le chiavi di quegli enormi portoni virtuali chiamati motori di ricerca. Chi ama le teorie complottiste, oggi molto in voga, dipinge questi «padroni del web» come oscure entità, manovrate da altrettanto poco trasparenti intrecci di poteri forti. E invece dietro l'algoritmo più sofisticato ci sono uomini in carne ed ossa, e portano con sé le loro storie di imprenditori che ce l'hanno fatta, proprio come accade nell'economia «tradizionale». È italiano, anzi milanese doc, il cofondatore e amministratore delegato di Qwant, il motore di ricerca europeo che sfida il monopolio di giganti della Silicon Valley come Google o Yahoo.

È Alberto Chalon, classe 1971: «Nella mia carriera professionale ho potuto vivere le due grandi ere del business, dall'analogico al digitale», racconta. E parte dall'inizio, dagli studi scientifici in un liceo di città e poi Economia e commercio all'Università Cattolica («solo un tentativo purtroppo, ho abbandonato a una decina di esami dalla laurea. Volevo subito lanciarmi nel lavoro»). Dopotutto la vita di un imprenditore è fatta di slanci e di frenate, di continui stop and go. «Nel 1996 insieme a mio fratello Vittorio abbiamo creato la prima società che si occupava della vendita di prodotti di moda e accessori di lusso, i mercati di riferimento erano soprattutto gli Stati Uniti e l'Asia). Quindi l'intuizione innovativa per la fine degli Anni Novanta, di ciò che sarebbe poi diventato un paradigma commerciale molto diffuso, ovvero l'outlet. «Con un'altra società gestivamo e rivendevamo grandi quantità di merce invenduta, sempre nel settore abbigliamento e moda. Più tardi, nel 2002, siamo sbarcati con sette negozi all'interno di villaggi dello shopping all'estero: Regno Unito, Francia e Spagna... E questa è la sintesi del mio curriculum di imprenditore off line. E infatti allora preferivo i fax alle e-mail...», sorride Chalon. Poi riprende: «Nel frattempo ci siamo accorti che la società era cambiata, si apriva di fronte a noi l'enorme prateria del commercio on line. E così siamo stati tra i primi a lanciare un sito di vendite private, oggi quasi la normalità, ma assicuro che solo sette-otto anni fa era un salto nel buio».

La piattaforma di commercio elettronico è stata per Chalon il punto di partenza per tuffarsi in una nuova avventura. «Nel 2012 mi trovavo a Parigi per conoscere coloro che sarebbero diventati i miei soci in Qwant, cercavo soluzioni per aumentare i nostri clienti... e invece ho trovato molto altro». La decisione di investire in quello che era soltanto l'embrione di un motore di ricerca è stata un azzardo: «eravamo senza paracadute, ma posso dire che ci è andata bene», dice Chalon soddisfatto. Domanda da cento milioni di euro (proprio quanti ne varrebbe oggi Qwant secondo gli investitori): cosa ci vuole per fondare una start up di successo? «Se si pensa all'aspetto economico, diciamo dai 20mila ai 50mila euro. Comunque, dipende: noi siamo partiti con 5 milioni. Ma soprattutto serve avere una rete di relazioni solide alla spalle, come un piccolo paracadute. È chiaro che un margine di rischio c'è sempre. Per il resto, ci vuole un'idea forte e tanta passione. E da questo punto di vista, il mondo di internet non è diverso da qualsiasi altra attività tradizionale. Bisogna convincere chi investe a scommettere su due cose: sull'idea valida e sulla capacità dell'imprenditore di non farla fallire».

Quattro anni dopo il lancio («il 4 luglio del 2013, una data simbolica, nel giorno dell'indipendenza americana»), Qwant macina numeri importanti. «Abbiamo una cinquantina di dipendenti, età media 30 anni, ma contiamo di arrivare a mille entro il 2020. Nell'anno appena trascorso abbiamo raccolto 18,5 milioni di euro di finanziamenti, tra Caisse des Dépôts (15), investitore pubblico francese, e il gruppo editoriale digitale tedesco Axel Springer (3,5). Questo ci consentirà uno sviluppo più radicale in Europa con nuovi contenuti, grazie anche ai 25 milioni garantiti nel 2014 dalla Banca europea degli investimenti - spiega Chalon -. Oggi il motore di ricerca risponde a 2,6 miliardi di richieste, raddoppiate nel giro di un anno, in un mercato in cui un unico player, Google, assorbe il 95% delle ricerche. Non ci sogniamo di sfidare i colossi Usa sui numeri, ci proponiamo come servizio alternativo». Qwant ha elaborato una tecnologia di indicizzazione che tutela la privacy degli utenti. «Il sistema è certificato dall'Autorità francese di controllo della protezione dei dati personali. Semplificando, non si collocano cookie nel browser di chi visita il motore di ricerca, e non si utilizza alcun dispositivo di tracciamento. Quante volte vi è capitato - illustra Chalon - di aver cercato un prodotto o un'informazione su un altro motore e subito dopo avete visto comparire un invadente banner pubblicitario mirato, per esempio sulla pagina della posta elettronica? Ecco, questo quando si naviga su Qwant non può succedere. A noi non interessa sapere chi c'è dietro lo schermo, ma solo dare loro risposte. In un mondo in cui le guerre si fanno con i dati personali prima che con le armi, capiamo di essere in controtendenza».

Per inseguire la sua idea di business Chalon ha lasciato l'Italia per trasferirsi a Parigi. «Temo che in Italia sarebbe stato difficilissimo se non impossibile, se pensiamo alle politiche di aiuto all'industria digitale messe in campo dallo Stato francese. Per fare un esempio concreto, a disposizione delle imprese innovative là c'è un fondo che restituisce il 40% del costo lordo di ogni giovane sviluppatore assunto». Ma come si vive a Parigi dopo gli attacchi terroristici? «La sera del 13 novembre 2015 mi trovavo all'aeroporto Charles de Gaulle - risponde Chalon -. Ho pensato alla mia famiglia e ai miei figli, che sono in Italia. Ho capito cos'è la paura di perdere tutto. Per il resto, la vita di ogni giorno non è cambiata granché, è cambiata l'immagine della capitale francese sui media. Penso che sia ancora la città europea con più opportunità. Anche se, lo ammetto, quasi tutti i weekend cerco di essere a casa. A un'ora di auto da Milano esistono posti di una bellezza tale che non c'è partita...». Italia-Francia, palla al centro.