Il nuovo ruolo del sindacato

Raffaele Bonanni*

Nascerà una nuova formula di concertazione «federale» e cambierà anche il ruolo del sindacato con il «governo» della spesa locale introdotto dalla legge Finanziaria? Un osservatore attento come Bruno Costi (Il Giornale del 1° dicembre) arriva ad ipotizzare persino un «riconoscimento ed una legittimazione ancora più estese» del sindacato ad intervenire, a livello locale, nella politica economica, del welfare, del fisco. È uno scenario possibile, per certi versi anche auspicabile, ma non privo di insidie. La Cisl ha avuto sempre un forte interesse nei confronti del tema delle riforme istituzionali, ed in particolare del decentramento, per le ricadute sulla società civile, sul mondo del lavoro, sul sistema del welfare e dei diritti. La nostra proposta è quella di rafforzare molto di più la contrattazione a livello aziendale e territoriale, per affermare il valore della partecipazione e far crescere l’apporto responsabile dei lavoratori allo sviluppo del sistema sociale ed economico. Su questo stiamo cercando un accordo sia con Cgil e Uil, sia con le associazioni imprenditoriali. Non esiste altra strada per migliorare la qualità e la produttività, favorire gli investimenti nelle aree a forte disoccupazione, scambiare la flessibilità con maggior salario, cogestire (attraverso gli strumenti della cosiddetta «bilateralità») la formazione, la riqualificazione professionale e le nuove forme di mutualità per le tutele individuali e collettive dei lavoratori. Una società che si auto-organizza funziona meglio, proprio perché il perno della democrazia è nella responsabilità. Ha ragione, dunque, Bruno Costi quando sostiene che tocca ai Sindaci e ai “Governatori” fissare insieme alle parti sociali (senza veti e pregiudiziali ideologiche e politiche) i nuovi obiettivi di sviluppo da raggiungere e gli impegni reciproci per migliorare i servizi pubblici locali, combattere l’evasione e il lavoro sommerso, creare opportunità di lavoro stabili e non precarie per i giovani, rendere più vivibili e sicure le nostre città. Questa “politica” si chiama: concertazione. Possiamo combattere gli sprechi, le inefficienze, la proliferazione di consulenze, viaggi premio e ridurre le innumerevoli indennità dei politici, a vari livelli, assieme ad altre «amenità», di cui parla, giustamente, Costi. Ma dubitiamo che tutto questo possa avverarsi con le scelte confuse contenute nella recente Finanziaria e, soprattutto, con la contraddittoria e pericolosa Devolution.
Infatti, il federalismo italiano non è maturato attraverso un dibattito e un confronto ampio tra le istituzioni ed i soggetti collettivi. I grandi soggetti collettivi non sono stati coinvolti né sulla riforma del titolo V, da parte del centrosinistra, né sulla «riforma della riforma» varata recentemente dal governo Berlusconi. Il federalismo italiano è nato sull’onda della spinta populistica e demagogica della Lega. C’è una abissale differenza tra le proposte lungimiranti e ancora attualissime di Gioberti, Cattaneo, Ferrari o Sturzo. E si vede. Ci sarebbe voluta una «convenzione per le riforme» per una riscrittura della Costituzione pienamente partecipata e il più possibile condivisa delle regole del gioco. C’è stata (e rimane), invece, una scelta unilaterale in materia di federalismo, attribuendo alle regioni competenze esclusive su materie particolarmente sensibili come la scuola, la sanità e la sicurezza. Per garantire agli enti locali la possibilità di esercitare i nuovi poteri e le nuove funzioni attribuiti con le riforme, si doveva assicurare loro le risorse necessarie con adeguate forme di autonomia finanziaria e impositiva, ma soprattutto individuare forme di perequazione tra aree forti e aree deboli. Tutto questo manca nella Devolution. E la Finanziaria 2006 peggiora questo quadro, con un tetto prefissato di trasferimenti agli enti locali. Come sappiamo l’Italia non è tutta uguale dal Nord al Sud. La ridistribuzione equa e solidale delle risorse rimane un principio cardine della Costituzione «materiale». Questo paradigma fondamentale viene infranto dalle scelte del Governo. Quali e quante risorse potranno ridistribuire per il welfare, le regioni, le province ed i comuni più poveri, che hanno, obiettivamente, un bacino alquanto ridotto di possibili entrate fiscali? Che cosa potrà contrattare il sindacato nelle aree depresse del Paese per gli inquilini a basso reddito, per il commercio, per i pensionati non autosufficienti? Divideremo ancora di più in due il Paese: avremo delle zone forti con una concertazione di serie A, ed altre deboli con una concertazione di serie B. Non basta dire: ci sarà più autonomia decisionale e responsabilità. Se il nuovo compito del sindacato, come ipotizza Costi, sarà quello di fare con gli enti locali il «lavoro sporco», ovvero scegliere se aumentare le tasse o tagliare i servizi sociali, francamente, non c'è molto da discettare. Questa è una idea pericolosa e sbagliata di decentramento. Il risultato sarà: chi ha già di più, avrà ancora di più, chi oggi ha di meno, avrà ancora di meno. L’esatto opposto di quanto bisognerebbe fare. È questa la politica economica “sostenibile” che finora è mancata nel nostro Paese?
* segretario confederale Cisl