Obama comunista? Non esageriamo, anche se in fondo...

Carissimo Paolo, devo confessartelo, Ivan Lendl non mi è mai stato simpatico e, per di più, il suo tennis mi annoiava mortalmente. Vuoi mettere John McEnroe? Nessun confronto, quanto a fantasia e classe. Beh, oggi, all’improvviso, il «povero» Ivan ha guadagnato nella mia scala dei valori un’infinità di punti. Ha dichiarato papale, papale (e il signore se ne intende, avendo vissuto la giovinezza nell’allora esistente Cecoslovacchia), in un’intervista a La Stampa, che il presidente Obama e la speaker della camera Usa Nancy Pelosi «sono dei comunisti mascherati». Eccessivo? Certo, ma molti altri americani la pensano pressappoco come lui.
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Povero Barack Obama! Non gliene sta andando bene una. E sì che pareva partito così bene. Tanto (poco) ha fatto, Sua Speranzosità, e tanto ha impapocchiato che una parte degli americani lo considera troppo comunista e l’altra troppo poco. Sarà per questo che la sua popolarità è la più bassa registrata da un inquilino della Casa Bianca alla virata di primo anno di presidenza. Che poi, caro Mauro, si fa presto a dire comunista. Certo, per esser nato e cresciuto a Ostrava, in una Repubblica socialista a sovranità limitata (dal Cremlino), Lendl sa bene che cosa sia stato il comunismo nella sua pienezza politica e culturale. Però hai ragione: voler appaiare Barack Obama a un Antonin Novotny è davvero un po’ troppo. Non vedo come si possa immaginare, foss’anche sotto l’effetto dell’alcol o dello spinello, un Obama che abbia in mente di calare l’asso di bastoni del comunismo-comunismo, la collettivizzazione dei mezzi di produzione. Non resta da pensare che a un altro comunismo il tennista si riferiva, lo stesso al quale si riferiscono gli americani. Quello dell’egualitarismo spinto, del pacifismo senza se e senza ma, della supremazia dell’universale sociologico sull’individuo, dell’orrore per la meritocrazia, del primato del «diverso» e del culto del relativismo. Insomma, tutto ciò che fa di larga parte dei nostrani «sinceri democratici» dei comunisti, non di rado addirittura trinariciuti.
Ed è lì che Obama ha toppato: nell’aver scelto, dopo la sbronza dialoghista e confrontista dei primi cento giorni, la politica del colpo al cerchio e di quello alla botte. Troppi e troppo insistenti colpi alla botte per i repubblicani, che gli rimproverano un governo «pesante» e cioè invadente, la riluttanza a mostrare i muscoli alle forze terroristiche del male e l’insistenza nel voler portare avanti, seppur perdendone i pezzi per strada, quella riforma dell’assistenza sanitaria che contrasta col principio, molto yankee e poco europeo, di responsabilità individuale. Troppo pochi al cerchio, invece, per i liberal che pure lo catapultarono alla Casa Bianca con una partecipazione emotiva al limite dell’isterismo («quando ascolto i suoi discorsi sento un brivido alle gambe... voglio dire, non mi capita molto spesso... davvero», detto in campagna elettorale da un giornalista - ahinoi giornalisti - abitualmente misurato quale Chris Mattews) e che gli rinfacciano la subalternità ai poteri forti della finanza e l’avere il grilletto facile, faccenda scandalosa per chi fu chiamato a riscattare le malefatte di Bush ricevendo, a titolo d’incoraggiamento, perfino il Nobel per la Pace. Tutto ciò per concluderne, caro Mauro, che magari uno come Obama parte comunista e poi, pensando alla rielezione (che pare sia il chiodo fisso del Nostro), si ritrova democristiano.
Paolo Granzotto