Obama rinnova su YouTube il rito di Roosevelt

Il presidente eletto trasforma l’appuntamento settimanale inaugurato
davanti al caminetto dal suo illustre predecessore: non solo
radiofonico ma anche via web. E nel video compaiono libri di Kennedy e
un pallone da basket

Washington Una bandiera americana, una fila di libri dei Kennedy, un pallone da basket. E sotto l'occhio di YouTube. Così, giocando d'anticipo, Barack Obama ha rinnovato il rito radiofonico del discorso presidenziale del sabato, inaugurato da Roosevelt con le celebri «chiacchierate al caminetto». L' America lo rinnova quando le cose vanno male ma la speranza è pari al pericolo. È accaduto durante quasi tutto il ventesimo secolo. Nel ventunesimo George W. Bush ha rafforzato l'abitudine. Adesso il suo successore eletto ha deciso di non aspettare nemmeno di essere insediato alla Casa Bianca e di invitare i concittadini davanti a un«caminetto» provvisorio. Per fargli la «predica» del sabato, cioè per illuminarli, incoraggiarli, «massaggiargli l'anima».
Forse proprio perché non è ancora presidente, Obama si è sentito autorizzato a introdurre nella cerimonia elementi meno ufficiali, dal pallone a YouTube. Kennedy è l'icona della gioventù e del Partito democratico, forse colui che Obama vorrebbe diventare, la palla ciò che egli ha tentato di diventare in gioventù, con meno fortuna che nella carriera politica. Cui aggiunge adesso una strizzata d'occhio ai giovani, rafforzata dall'introduzione del mezzo elettronico preferito dall'ultima generazione. Non un debutto, ma una continuazione: YouTube è stato uno degli strumenti 2008della campagna elettorale «innovativa» che ha fruttato a Barack prima un afflusso di fondi senza precedenti nella storia americana e poi la Casa Bianca.
Ma una strizzata d'occhio anche al passato, un gesto per ristabilire una continuità. Perché se è Kennedy colui che Obama vorrebbe diventare, al potere c'è arrivato in un momento in cui l'America sente piuttosto il bisogno, se non la nostalgia, di Roosevelt, l'inventore del caminetto e del New Deal. La situazione odierna richiama alla memoria, più che la Nuova Frontiera,la Grande Depressione.
Non ci sono più molti americani con dei ricordi personali della Depressione. Uno solo fra coloro che sono stati candidati alla presidenza, Bob Dole, ha fatto in tempo a viverla ed esserne testimone. Fu un'epoca di miseria degradante, di solitudine, di fame e disperazione, di cieca violenza e devastazione. Un quarto dei cittadini americani in età di lavoro non trovava un’occupazione e un salario con cui mantenere la famiglia. Si trattava di quaranta milioni di esseri umani. Un farmer su quattro perdette in quegli anni la sua fattoria, divorata dai disastri naturali, dalle tempeste di polvere e dai sequestri giudiziari. Milioni di vagabondi si spostavano alla ricerca del pane: quelli descritti da John Steinbeck in Furore.
Alla Casa Bianca sedeva un repubblicano onesto, tenace e sfortunato, Edgar Hoover. Gli succedette, eletto a valanga, il democratico Roosevelt. L'inventore di un progetto di riforma passato alla storia come New Deal. Contrariamente alla vulgata, esso non ebbe successo né rapido né indiscusso e ancora oggi appare improbabile che le misure di Roosevelt, imposte dalle necessità in mancanza di un’ideologia sarebbero arrivate in porto senza la seconda guerra mondiale, che trasformò la Depressione in boom.
Ma Roosevelt tentò sempre con tenacia, seppe resistere ai ritorni disperanti della crisi e cogliere l'occasione del conflitto per uscirne fino alla vittoria. La sua America «stracciona» non aveva smesso di essere il massimo creditore del mondo e l'esodo di cervelli provocato dalla guerra civile europea la nutrì di una preziosa linfa di cultura e di intelligenza. Dopo il 1945 si aprì un'epoca completamente nuova, in cui la prosperità americana non conobbe per mezzo secolo soste significative, per merito soprattutto del «decollo» tecnologico degli Stati Uniti rispetto a tutto il resto del mondo. Non l'America di Roosevelt ma quella che egli lasciò in eredità fu davvero il «Paese dalle possibilità illimitate». Quello che Obama è tentato di fare è riallacciarsi idealmente a questo suo predecessore, magari senza ricopiarne il monito incoraggiante rimasto nella leggenda: «Non abbiamo nulla da temere se non la paura». Senza Roosevelt non ci sarebbe stato un Kennedy. Forse neanche Obama. E certo non avrebbe avuto a disposizione il suo repertorio di ammiccamenti: i libri, il pallone, YouTube.