Obama il verde ora scarica gli ambientalisti

Il leader americano incontra i colleghi asiatici e insieme alla Cina
liquida il vertice di Copenhagen sul clima: impossibile trovare un
accordo, meglio rinviare le decisioni finali a un nuovo appuntamento,
forse nel 2010 a Città del Messico

Dal vertice Apec - che ha riunito i governanti dei Paesi del Pacifico e quindi alcune tra le maggiori realtà dell'Asia e dell'America - non è uscito alcun consenso sui temi della conferenza sul clima che si terrà a Copenhagen fra tre settimane. Al contrario, si è deciso che nella capitale europea si sottoscriverà una generica intesa politica, ma ogni attuazione (a partire dal dimezzamento delle emissioni entro il 2050) è rinviata nel tempo. Si parla ora di un vertice che si terrà forse a Città del Messico, ma intanto è chiaro che si va verso un compromesso al ribasso soprattutto grazie all'intesa siglata da Cina e Stati Uniti.

In tale quadro, gli ecologisti ovviamente sono insoddisfatti. In una nota, il Wwf sottolinea che «all'Apec si è parlato troppo di rinvii e di quello che non sarà fatto a Copenhagen. Non sembra una strategia intelligente per vincere la lotta al cambiamento climatico».
Copenhagen sarà insomma l'ennesima tappa intermedia e non già, come l'Europa avrebbe voluto, la conclusione trionfale di una battaglia che da tempo il nostro continente combatte in prima linea. In questo senso appaiono eloquenti gli stessi interventi delle ultime ore del presidente Usa, poiché nelle sue parole c'è più spazio per l'esigenza di liberare Aung San Suu Kyi o per il pericolo nucleare nord-coreano che non sull'impegno a salvare il globo da un futuro «surriscaldato».

L'Europa registra però una sconfitta in larga misura prevedibile, la quale è stata perfino amplificata dal fatto che il primo ministro danese Lars Lokke Rasmussen, che presiederà la conferenza del prossimo mese, è inutilmente volato fino a Singapore nella speranza di raddrizzare le sorti del progetto. Senza ottenere altro che impegni formali e pacche sulle spalle.

Se tra tre settimane non si avrà l'accordo che la lobby ecologista ha tanto auspicato, e che pure molti politici vedono di buon occhio (dato che ogni piano contro il riscaldamento globale rappresenta, in un modo o nell'altro, un'espansione del controllo statale sull'economia), le ragioni sono numerose.
In primo luogo, è chiaro che Paesi come la Cina o l'India - che sono colossi economici in termini assoluti, ma che continuano a conoscere un'estesa povertà nonostante gli alti tassi di crescita - tutto vogliono meno che azzoppare lo sviluppo in atto. Bisogna riconoscere che le preoccupazioni ecologiste sono «lussi» da Paesi ricchi: le quali si fanno socialmente rilevanti solo quando il piatto è pieno. Ma nel continente asiatico prevalgono situazioni di miseria e dunque è difficile accettare misure tanto punitive per il sistema industriale.

Per giunta, anche negli Stati Uniti non sarebbe semplice digerire soluzioni onerose per le imprese. L'economia americana è in grave affanno e il numero dei disoccupati sta crescendo: dopo gli ultimi tre salassi già varati o in cantiere (il salvataggio delle banche, il pacchetto di stimoli, la riforma sanitaria), una quarta mazzata cancellerebbe ogni prospettiva politica del presidente.
Ma non c'è solo questo. Da più parti si fa strada l'idea che i dubbi di molti scienziati sulle vere cause del riscaldamento globale siano fondati e che, insomma, il cambiamento climatico possa effettivamente essere più l'effetto di fenomeni fisici indipendenti dall'uomo (il costante dinamismo del sole) che non la conseguenza dell'inquinamento. Per giunta, se anche fosse vero che il riscaldamento è da addebitare alle attività umane, ci sarebbe ancora da chiedersi se sia più saggio intervenire «a monte» (bloccando l'economia in cambio di un misero rallentamento del trend) oppure non «a valle», dato che si può ottenere molto di più investendo anche solo una frazione di quelle risorse al fine di evitare le conseguenze peggiori: proteggendo meglio, ad esempio.

Se oggi c'è un danese triste, il premier Rasmussen, si può immaginare che un altro sia di umore differente. Alla testa degli eco-scettici europei, infatti, c'è lo scienziato Bjorn Lomborg, che dopo aver militato in Greenpeace ha finito per rigettare in blocco il catastrofismo verde. Anni fa pubblicò un articolo provocatoriamente intitolato «Salva il mondo, ignora il riscaldamento globale». Nella sua Copenhagen la catastrofe - quanto meno - conoscerà un rinvio.