Occhio al piattello: Pechino è a un tiro di schioppo

Verdi colline, l’aria profumata della campagna in primavera, il cinguettio degli uccelli interrotto da frequenti spari di fucile. Siamo a Lunghezza, nel circolo «Valle Aniene», dove oggi, con le finali maschili di Skeet e di Trap che assegneranno due carte olimpiche per Pechino 2008, si chiude la II prova di Coppa del mondo di tiro a volo. Tra i tendoni bianchi e l’aria festosa da fiera, passeggiano i volti noti degli olimpionici azzurri Andrea Benelli ed Ennio Falco, le cui medaglie d’oro (ad Atene l’anno scorso il primo, ad Atlanta nel ’96 il secondo) hanno aggiunto visibilità a uno sport che finisce in vetrina quasi solo ogni quattro anni. Ma l’appuntamento romano non è un mero evento sportivo. A sfidarsi per conquistare i lasciapassare per Pechino 2008 ci sono anche principi, maharaja e sceicchi. Già, in tutta l’Asia il tiro a volo è uno sport molto popolare. Dalla Cina a Singapore, dagli Emirati Arabi Uniti all’India, dal Pakistan al Kuwait, sono molte le personalità e le «teste coronate» che imbracciano il fucile per sfidarsi nelle discipline olimpiche. Così, sotto la tenda dove una «shooter» brasiliana conversa amabilmente con un atleta delle Barbados, ecco che al tavolo con Singh Rathore Rajyavardhan, l’indiano che ad Atene ha vinto una medaglia d’argento nel Double Trap, c’è il potente sceicco del Kuwait, Salman Al-Sabah. Presidente della Asc, l’Asian Shooting Confederation, è decisissimo a promuovere lo sviluppo del tiro a volo in Medio Oriente (dove Al Sabah è un apprezzato e ascoltato mediatore non solo sportivo) e in tutta l’Asia. Lo sceicco racconta orgogliosamente dei progressi compiuti dagli atleti delle 42 federazioni riunite nell’Asc, ma sottolinea anche il valore aggiunto che questo sport può avere in un momento difficile come l’attuale. Può sembrare paradossale, ma mettere un fucile in mano ai ragazzini in Irak o in Paesi «caldi» è un modo per allontanarli dalla violenza, sostiene lo sceicco. A patto che, imbracciata l’arma, quei ragazzi si mettano in pedana per mirare ai piattelli.
«Lo sport è un grande mezzo di dialogo tra i popoli - spiega Al Sabah - e anche in Irak, nonostante tutto, la federazione locale si sta riorganizzando. Come Asc vogliamo coinvolgere le nuove generazioni, per instillare valori che allontanino i ragazzi dal terrorismo o dal fondamentalismo». Un fucile come ponte di pace, insomma. Che porta in Italia, e a Roma. «Nel tiro a volo - conclude lo sceicco - tutto il meglio, dalle armi alle macchine per il lancio, è prodotto nel vostro Paese. Come presidente della confederazione asiatica voglio rafforzare il già stretto rapporto con il presidente della Fitav, Luciano Rossi, e con l’Italia in genere, che per noi è un modello e un punto di riferimento».