Ma in Occidente l’intellighenzia di sinistra non capì il suo valore

Sublimò un’epoca, scuotendo le coscienze, sia a est che a ovest. Forse più a est che a ovest

La storia di Aleksandr Solgenitsin dimostra di cosa può essere capace un uomo, dotato di coraggio e di talento, quando le circostanze storiche sono propizie. Non fu certo il primo a denunciare il vero volto del regime comunista sovietico. Già alla fine degli anni Quaranta diversi dissidenti scappati dall’Urss descrivevano gli orrori del regime di Stalin, senza tuttavia suscitare la dovuta attenzione nell’opinione pubblica occidentale. Solgenitsin apparve al momento giusto. Dopo la morte di Stalin, dopo l’insurrezione di Ungheria, nel pieno dell’era del disgelo avviata dall’allora segretario generale del Comitato centrale del Pcus Krusciov.

E fu pubblicato per la prima volta in Unione Sovietica. La sua prima opera, Una giornata di Ivan Denisovic, non poteva essere considerato un libello di propaganda anticomunista proprio perché uscì, nel 1962, su una rivista letteraria russa. E fece l’effetto di una bomba. Aveva un grande valore letterario, ma al contempo simbolico, perché ben diverso dai saggi di denuncia scritti da altri sopravvissuti dai gulag. Era una testimonianza, una descrizione precisa di come funzionava la cittadella del comunismo, delle sue costrizioni, delle sue miserie, della sua disumanità. E proprio l’oggettività della narrazione la rendeva unica, impossibile da ignorare. Sublimava un’epoca, scuotendo le coscienze, sia a est sia a ovest.

Forse più a est che a ovest. Nell’Europa occidentale gli intellettuali della sinistra moderata impiegarono molto tempo a cogliere in pieno il valore di Solgenitsin. Quando uscì la sua opera più celebre, Arcipelago Gulag, per molto tempo la considerarono con prudenza, dimostrandosi guardinghi. Il Nobel della Letteratura contribuì a rompere la diffidenza e a consacrarlo definitivamente, ma non aggiunse nulla al suo valore, che era immenso. E segnò un’epoca.
A Krusciov seguirono Brezhnev, la Guerra fredda, la corsa alle armi nucleari. L’Urss continuava a far paura, eppure proprio il seguito delle vicende di Solgenitsin dimostrano come il regime fosse già in fase di lenta decomposizione. Ai tempi di Stalin un dissidente come lui sarebbe stato semplicemente ucciso, Brezhnev invece pensò di metterlo a tacere privandolo della cittadinanza sovietica e dunque mandandolo in esilio in Occidente.

La storia ha dimostrato che Solgenitsin aveva ragione innanzitutto a credere in se stesso: anche quando tutto sembrava perso, non ha rinunciato alle proprie convinzioni. In secondo luogo nel ribadire che sarebbe morto in patria, perché il comunismo era destinato al fallimento. E così è stato. Solgenitsin tornò a Mosca vent’anni dopo esserne stato espulso. Lui ha resistito, l’imperialismo sovietico è morto.

Merita la nostra riconoscenza anche se negli ultimi anni l’Occidente non lo ha capito. Per noi fu soprattutto un grande dissidente capace di smascherare gli orrori del comunismo. Lui invece si considerava innanzitutto un patriota, la dimostrazione che il lungo periodo di glaciazione bolscevica non è bastato a spegnere l’animo russo. Un animo che in Solgenitsin è rimasto al cento per cento slavo, senza concessioni alla cultura occidentale. Il ritorno nella Russia allo sbando dell’era Eltsin fu per lui traumatico e lo persuase ancor di più che la vera salvezza andava cercata nelle radici della cultura del suo Paese. E dunque nell’orgoglio per la propria nazione, nella riscoperta di dimensione spirituale attraverso la Chiesa Ortodossa. E questo spiega perché le sue ultime opere non siano state bene accolte in Occidente. Troppo lontane dal nostro mondo, dai nostri valori, dal nostro modo di concepire la religione. Un’incomprensione che non scalfisce il valore di Solgenitsin.
(traduzione di Marcello Foa)