Ode alla piccola Grecia vera chiave di volta dello spirto d'Europa

La bancarotta di Atene provocherebbe il collasso di un intero mondo che da questo Paese ha ereditato le idee di Stato, libertà e tolleranza<br />

È come una parente vecchia e scomoda. Un tempo era aristocratica. Ora è ricca solo di merletti polverosi, di gioielli sbreccati, di belle panzane che si chiamano miti, di cambiali scadute, di debiti e corrotti ammanchi. È la Grecia di George Papandreu, piazze di Atene con l’armonia nel nome, Syntagma (Costituzione), Omonia (Concordia), ma di fatto campi fiammeggianti di scontri e lacerazioni.
Bisogna ripianare un passivo astronomico per restare aggrappati all’Europa. Il Parlamento, Vouli (la boulè di duemila anni fa: significava «assemblea che decide» ai giorni di Platone, come oggi) cala la mannaia su pensioni e potere d’acquisto, ma la gente si rivolta.

La televisione riprende tutto, e allora ci ricordiamo che la Grecia esiste, che con i suoi poco più di undici milioni di anime, con la sua lingua protetta perché considerata minoranza, è un tassello sensibile dell’Europa. Anzi, rischia di esserne un’infida chiave di volta, come quei cunei che posti in cima, al centro delle cupole tombali dei suoi antichissimi eroi, sostengono la spinta dell’intera spirale di pietra: collassando, ne provocherebbero il crollo. Borse e finanze del continente paventano una dinamica domino, innescata dalla bancarotta di Atene.

Come un fiume carsico, la Grecia ogni tanto rispunta, e attira i riflettori. È successo con l’incredibile trionfo portoghese della sua nazionale di calcio a Euro 2004, con il biancazzurro della sua bandiera al vento, le nove strisce alternate a significare le sillabe di Eleftherìa ì Thànatos, Libertà o Morte, il motto ellenico. Si è ripetuto, qualche mese dopo, alle Olimpiadi, le seconde assegnate ad Atene nell’età moderna, dopo quelle del 1896. C’è chi pensa che la voragine attuale sia anche lo strascico di quello sfarzo organizzativo, spropositato per un paese che già annaspava. E oggi il tetro totoscommesse sul suo fallimento. Il rapporto con l’Europa è così logoro? Tutt’altro, se il passato e la sua storia hanno un senso e un peso.

Tanto per cominciare, la Grecia è stata la prima a pronunciare la parola «Europa», quindi a modellarne l’idea. Il certificato di autenticità è in un inno poetico, antico quanto l’Iliade di Omero. Porta in calce una firma splendente: quella di Apollo, dio solare della chiarezza di vedute, del cristallo razionale. Sponsorizzando il suo tempio oracolare a Delfi, ci fa noto che verranno tutti a venerarlo, «dal Peloponneso, dall’Europa e dalle isole battute dall’onda». Per forza, Delfi è l’ombelico del mondo, di cui la Grecia (il Peloponneso è il suo meridione, la terraferma, distinta dagli arcipelaghi dell’Egeo) è parte integrante, a braccetto con l’Europa. Per la prima volta nella storia, si specifica l’entità geografica. «Europa» ha nella sua etimologia il «vasto occidente», che si spinge al giardino incantato delle Espèridi dalle mele d’oro, alle falde della catena dell’Atlante nordafricano, e termina ai pilastri di Ercole, Gibilterra, oltre i quali rumoreggia l’oceano ignoto. È un primo, emozionante indizio di unità: il credo di Delfi è un collante religioso, tiene a battesimo l’Europa, che ai suoi altari converge. Un secondo appuntamento tra Grecia e Europa scattò lassù, in Tessaglia, alle «Porte di Fuoco», le Termòpili, un corridoio di roccia tra rupi e mare, passaggio obbligato per un aggressore in marcia da oriente, porta d'accesso non solo per la Grecia, ma per il continente. Trecento ragazzi spartani, con il loro re, Leonida, fecero tappo all’orda d’invasione persiana, mille volte più folta.

Pedine sacrificate, che però diedero ai sopravvissuti il tempo di pianificare la resistenza e la vittoria finale contro Serse, il barbaro ansioso di annettersi l’Europa e il mondo. Da quel 480 a.C., seconda guerra persiana, di acqua ne è passata sotto i ponti. Ma l’Europa ha un debito con quegli irriducibili. Piantarono i denti nel labbro, come raccomandava il loro vate Tirteo, e mandarono a dire a Sparta che erano morti in battaglia obbedendo alle sue leggi. In quel codice c’erano articoli capitali: indipendenza dello Stato, libertà personale, lotta senza quartiere al dispotismo terroristico. L’abc ideologico delle moderne nazioni, un comune cemento politico europeo.
Di comune, a quei tempi, c’era anche un mercato europeo, e la Grecia ne era manager. Il vasellame più funzionale, più dotato di design, più avanzato per soluzioni decorative, veniva dalle manifatture ateniesi e si commerciava a Cipro come in Sicilia, a Napoli come a Marsiglia, nei porti spagnoli e nella raffinata Etruria. Era un grecian style che unificava il gusto europeo. In attesa che, dopo le conquiste di Alessandro Magno, entrasse in gioco anche una moneta comune, autenticata dal ritratto del macedone, un «euro» degli albori spendibile a vasto raggio nell’Europa mediterranea, Egitto e Medio Oriente inclusi.

Di comune, di europeo, c’è anche qualcosa di più impalpabile, di infinitamente profondo: lo spirito. La piccola Grecia ne è stata una costruttrice infaticabile. Abbiamo un archivio impressionante di opere, idee, elaborazioni intellettuali. Il Critone, dialogo platonico, è uno dei primi, autentici libri europei. Socrate è nel braccio della morte, condannato per empietà e immoralità a danno dei giovani. Accuse fasulle, ma non è questo il punto. Critone, un amico, ha oliato i carcerieri, l’evasione sarebbe cosa fatta. Ma Socrate lo fa ragionare, con calma, lucidità, senza alzare la voce. Chi alterca, strepita, insulta, ha già perso la partita: le ragioni della ragione hanno autorità invincibile. Nel caso in questione, evadere sarebbe ingiusto in sé, un crimine contro le leggi, che sono il cardine del vivere civile. Socrate persuade con un metodo in cui la morale è logica pura, e viceversa. È il fermo poema della tolleranza. Le idee si inculcano con la parola, con il logos, non con la spada, con il terrore o con l’integralismo. Questa è Europa: anche se la sua storia presenta pagine di brutali contraddizioni alla regola.
È ancora incerto se la fragile Grecia resterà in questa Europa inesorabile. Ma sappiamo che l’Europa resterà in Grecia, perché è lì la casa natale del suo spirito.