Odiatori forse buoni di sicuro

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Marco Peronio dirige la cooperativa sociale Il Mosaico attiva tra Udine e Gorizia, una zona che fu invasa da migranti che arrivavano in Italia non con i barconi ma via terra, attraverso la Turchia, i Balcani e il confine con la Slovenia. «Dormivano nel letto del fiume Isonzo, in mezzo alla città racconta -. Nel centro di Udine le tendopoli rimasero per mesi». L'emergenza non suscitò grandi clamori. Ma la gente del posto era furibonda. «Un giorno venne il ministro dell'Interno, Angelino Alfano scuote la testa Peronio -. Invece di dire che si sarebbe dato da fare per aiutare residenti e immigrati, se la prese con i friulani poco accoglienti. Fu un assist colossale alla Lega». Si può dire che quello fosse un popolo di odiatori o di razzisti? Peronio risponde con un esempio: «La mia coop fu molto coinvolta nella gestione dell'emergenza. Un giorno lanciammo un appello per raccogliere coperte. Ne ricevemmo migliaia: al mattino la gente protestava in piazza e la sera veniva ad aiutarci. Erano persone cattive? No, erano esasperate dall'immobilismo delle istituzioni». Odiatori o donatori? Razzisti o solidali? Possono convivere queste due anime nelle stesse persone? Sembrerebbe di no, guardando ai romani che nei giorni scorsi hanno protestato violentemente contro i rom a Torre Maura giungendo a calpestare il pane destinato al centro di accoglienza. Gli episodi di intolleranza sarebbero in aumento. L'ultimo rapporto Censis parla di quello italiano come «un popolo incattivito e rancoroso», dove la quota di persone ostili verso gli immigrati supera dell'11 per cento la media europea.

Eppure, altri dati contraddicono questa descrizione dell'Italia. Sono i numeri delle donazioni, per esempio, in forte crescita. Secondo l'Italy giving report, elaborato da MyDonor e Associazione italiana fundraising per il mensile Vita, negli ultimi tre anni gli italiani sono stati sempre più generosi verso onlus, associazioni di promozione sociale, enti di ricerca scientifica o medica. Nel 2015 sono stati donati 4,59 miliardi di euro, saliti a 5,1 miliardi nel 2016 (+11 per cento) e a 5,36 miliardi nel 2017: l'aumento è del 5,4 per cento rispetto ai 12 mesi precedenti e del 17% su due anni prima. La ricerca segnala che crescono sia la somma totale sia il numero di donatori: sempre più italiani aprono il portafogli per iniziative benefiche.

8 MILIONI DI GENEROSI

Secondo l'Istituto italiano della donazione sono 8,3 milioni i connazionali che sostengono almeno un progetto non profit con una o più elargizioni in denaro: se limitiamo questo numero sulla popolazione con più di 14 anni, ha donato soldi 1 italiano su 5. Una crescita nel numero di donatori è segnalata anche dalla ricerca Italiani solidali della Doxa (ottobre 2018) e dall'indagine campionaria Sinottica di Gfk, che registra un allargamento della platea dei donatori per la prima volta dopo la gara di solidarietà seguita allo tsunami di fine 2004.

La domanda resta: italiani odiatori o donatori? Come spiegare questa contraddizione? «Il paradosso sussiste per chi adotta la narrazione del mondo progressista-illuminista, per cui in Italia sarebbero in aumento odio, razzismo, fascismo e così via», risponde il sociologo Luca Ricolfi, che insegna Analisi dei dati all'università di Torino ed è presidente della Fondazione David Hume (www.fondazionehume.it). «Ma se non si aderisce a questa narrazione, che al momento non è suffragata da alcuna prova scientifica, non c'è alcun paradosso aggiunge Ricolfi -. Nelle società moderne i bisogni di autorealizzazione e di autostima sono strettamente intrecciati, per cui non vi è nulla di strano nel fatto che il bisogno di realizzare sé stessi (che è una modalità della deriva individualistica) si accompagni a un aumento dei comportamenti solidaristici: la solidarietà, il volontariato, le donazioni di ogni tipo sono potenti strumenti di accrescimento dell'autostima e del prestigio sociale».

L'attenzione agli altri come occasione di realizzazione personale. Gli studi sulle donazioni rilevano un aumento dei soldi raccolti su Facebook, i cui principali beneficiari sono l'Associazione contro le leucemie, Save the children, Emergency, l'Associazione sclerosi multipla e l'Ente nazionale protezione animali. È una generosità non più mediata dal passaparola e dal rapporto personale, ma sollecitata dalle reti sociali. La disintermediazione si nota anche nel crollo delle donazioni tramite sms: dai telefonini erano stati raccolti 46 milioni di euro nel 2016, anno dei terremoti nel Centro Italia, precipitati a 18,5 milioni nel 2017.

IMPRESE DI CUORE

Sicuramente s'è allentata la pressione mediatica, ma gran parte del crollo è dovuto alla delusione per il cattivo uso di quei fondi. Alla gente che ne ha bisogno ne arriva una parte ridottissima. È in crescita anche la somma erogata dalle aziende. Qui il dato più interessante è che le donazioni delle aziende medio grandi, pari a 240,73 milioni di euro, hanno superato quelle delle fondazioni corporate (214,25 milioni di euro), che pure hanno nel Dna lo spirito solidaristico. La responsabilità sociale e ambientale tocca l'84 per cento delle imprese; una su 3 è impegnata in progetti di filantropia internazionale e sono sempre più numerose le società che inseriscono queste attività nella strategia aziendale, senza farle dipendere dai risultati economici.

L'indagine Gkf segnala un fenomeno interessante. Cresce la raccolta di fondi per cause nazionali, a scapito di quelle internazionali e a sostegno di emergenze umanitarie. Si può parlare di un «sovranismo della bontà», oppure è un segno della volontà di occuparsi di quello che un tempo si chiamava «il prossimo tuo»? Ricolfi sgombra il campo da un equivoco: «La parola sovranismo è essenzialmente un costrutto dei media, dotato di scarsissimo potere interpretativo. La stragrande maggioranza degli elettori non ha un'idea precisa del significato del termine, e si muove a un livello molto più terra terra». A un cittadino normale, spiega Ricolfi, non si sente dire che «dobbiamo difendere l'italianità» o «recuperare sovranità rispetto all'Europa»: «Queste sono cose che dicono i politici, e pappagallescamente ripetono, approvando o disapprovando, i giornali e le tv».

La gente pensa cose più semplici. «Ad esempio, che ci sono troppi luoghi in mano alla malavita, che non ha senso che chi ruba, spaccia, aggredisce non vada in carcere o ci stia pochissimo, che è inammissibile che si entri in Italia senza chiedere il permesso, che non è giusto che in certe scuole e in certi ospedali non ci sia spazio per gli italiani.

NATIVI E IMMIGRATI

Soprattutto, la gente pensa che non sia giusto che i poveri siano abbandonati se sono italiani, mentre se hanno lo status di richiedenti asilo usufruiscono automaticamente di attenzioni e risorse». Per il sociologo, «quello cui stiamo assistendo più che una proliferazione dell'odio - è un curioso ritorno di cultura civica, di cui le donazioni sono un tipico ingrediente. Il mondo progressista non è in grado di vedere il fenomeno perché si è abituato a pensare che gli unici cittadini degni di questo nome siano i cittadini del mondo, per cui nativi e immigrati hanno sostanzialmente i medesimi diritti, mentre fino a ieri pensava quel che ancora pensa la stragrande maggioranza delle persone, e cioè che uno Stato ha dei doveri innanzitutto verso i suoi cittadini».

In questa chiave, l'antinomia tra odiatori e donatori esprime il malessere di chi non si sente ascoltato, ma piuttosto rimproverato dalle classi intellettuali, da quella che Ricolfi definisce «la sbornia cosmopolita che negli ultimi vent'anni ha contagiato la cultura progressista, ma anche le grandi organizzazioni sovranazionali, per loro natura propense ad assumere atteggiamenti illuministici». Quello cui stiamo assistendo è soprattutto «un rafforzamento della solidarietà interna»: «La gente non odia neri e migranti, ma detesta i politici che ne hanno assunto la rappresentanza, dimenticando che sono stati eletti per proteggere i cittadini che li hanno votati, non per dare risposte alle aspirazioni dei cittadini di altri Stati. Il risveglio dello spirito civico, ossia delle reti di solidarietà fra cittadini che si riconoscono nella medesima comunità, è anche una risposta a quello che viene percepito come un tradimento delle élite: il cosmopolitismo è il contrario dello spirito di comunità».