Oggi si scrive Dish-Is-Nein ma si legge Disciplinatha. Torna l'ala "destra" del Punk

Il nocciolo duro del gruppo anni '80 che si rifaceva con ironia all'estetica fascista sforna un nuovo Ep

All'epoca, era la fine degli anni '80, la musica indipendente italiana aveva il suo cuore pulsante in Emilia (basti pensare a gruppi come i Cccp) e soprattutto a Bologna (dove erano nati i Nabat e i RAFpunk). Era una zona «collettivizzata» e anche la dissidenza, e la contestazione allo stesso Pci, doveva indossare abiti di un bel rosso fiammante. In quella che era quasi un'isola sovietica in territorio Nato si poteva mettere in caricatura la sinistra (lo faceva il sopracitato gruppo punk di Ferretti e compagni), ma non ribaltarne gli schemi. L'egemonia culturale era anche questo: tenere insieme tutto, dal punk con la cresta al professore universitario.

Poi arrivarono loro: i Disciplinatha. Fecero da subito cose più dirompenti del tingersi i capelli di blu. Sfornarono nell'88, con l'aiuto della producer trasgender Jumpy Velena, un Ep intitolato Abbiamo pazientato 40 anni! Ora basta. La prima traccia del disco, un vinile bianco latte con copertina ispirata all'estetica del Ventennio, era intitolata Adis Abeba e presentava una campionatura della voce di Mussolini. Eh sì, quell'«abbiamo pazientato 40 anni. Ora basta!» era il lapidario motto con cui il duce sintetizzò la volontà di aggredire l'Etiopia nel 1936. Il resto era un «industrial» pesantissimo, un muro di suono che travolge lo spettatore.

Avendo capito che non c'era più niente di trasgressivo nell'essere anti-sistema, questi ragazzi cresciuti nell'Emilia rossa scelsero di evocare il male. Non andavano come tutti ai concerti a Londra, andavano a Predappio, univano la passione per la storia alla fascinazione per il mondo militare, inteso in senso nichilista. Nasceva così una iconografia fatta di maschere antigas, mimetiche, manifesti marziali. Il tutto per - parole loro - «anteporre la postura dell'anfibio al trascinarsi sfatto della ciabatta». Una provocazione a 360 gradi che forse non era riducibile alla musica: i concerti assomigliavano a performance di arte contemporanea. Insomma, appena approdati sulla scena - Dario Parisini, chitarra; Cristiano Santini, voce e chitarra; Daniele Albertazzi, batteria; Marco Maiani, basso - si rivelarono la meteora più dirompente del panorama musicale italiano. E anche all'estero era difficile trovare qualcosa di simile, a esclusione degli sloveni Laibach.

Ovviamente, andò come doveva andare. A parte l'appoggio di pochi - come Giovanni Lindo Ferretti: «Quando ho ascoltato Adis Abeba sono rimasto incantato» - per i più la contaminazione con i simboli del Ventennio bastava per fare attorno al gruppo terra bruciata. Cantare nei centri sociali richiedeva una serrata trattativa. Nei locali, neanche a parlarne. In un concerto dovette anche intervenire la celere a proteggere il palco. Suonarle ai Disciplinatha era una delle poche idee su cui estrema destra ed estrema sinistra erano d'accordo. Invece le riviste specializzate preferirono passare oltre, una sorta di silenzio assenso all'isteria antifascista. Alla fine il gruppo si spaccò, li fecero morire di isolamento, come fossero dei dissidenti. Il bassista Marco Maiani lasciò quasi subito. Il resto della formazione dovette rendersi più «digeribile». Diede un crisma di «rispettabilità» al gruppo la Dischi del Mulo (il solito Ferretti) che produsse l'Ep e i due Lp seguenti: Crisi di valori, Un mondo nuovo e lo stanco Primigenia. Poi nel '97 lo scioglimento, forse dopo aver ascoltato troppi: «E allora facciamo suonare i Disciplinatha visto che lo dice Ferretti che son buoni».

Ora la formazione base del gruppo (a parte il batterista) ritorna con il nome cambiato: Dish-Is-Nein. Di nuovo un Ep di vinile bianco che sarà distribuito da fine gennaio. Questa volta riusciranno a non finire subito sotto la lente di ingrandimento del politicamente corretto? Dicono al Giornale: «Ci aspettiamo che chi sarà pronto ad affibbiarci una uniforme politica lo farà come al solito leggendoci solo nei termini che gli sarà congeniale fare, sia da parte amica che nemica». Quanto a loro vogliono restare legati al passato, ma senza esserne schiacciati, a partire dal nuovo nome: «Si cercava un nome che fosse di separazione col passato e al contempo comunicasse che siamo noi, pur negandoci. Dish era diminutivo usato dal nostro staff per indicarci, e da lì è nato un nome articolato dai tre idiomi (e noi si è un triumvirato) che popolano il nostro immaginario, usati in sottrazione, indicativamente Non è Disciplinatha come senso generale, suggestione...».

Il disco contiene brani che riprendono lo spirito delle vecchie contaminazioni: ci sono canzoni degli alpini e un canto partigiano (eseguiti dal coro alpino di Monte Calisio) inframmezzati con un muro di suono «industrial» tesissimo. E vengono messi in fila temi poco digeribili che, di nuovo, fanno stridere il passato contro la banalità del presente. Qualcuno avrà un mancamento già leggendo il titolo della quarta traccia: Macht Frei. Altri rifletteranno sui testi (a cui ha collaborato Renato Mercy Carpaneto). «Venticinque anni di globalizzazione selvaggia - dicono i Dish-Is-Nein - hanno portato... un'erosione via via sempre più marcata del concetto stesso di identità. E non si tratta banalmente di essere favorevoli o contrari ai flussi migratori incontrollati ai quali abbiamo assistito negli ultimi 10/15 anni, il problema è più ampio e complesso. Riaffermare la propria storia, le nostre radici».