Gli Ogm? Ormai non possiamo più farne a meno

Per nutrire un mondo che nel 2050 avrà 9 miliardi di abitanti, servono piante adattabili che sfruttino meglio il terreno. L’unica soluzione è la ricerca genetica

Francesco Sala*

Alcuni anni fa vidi scritto ben in rilievo, su di un sacchetto di verdure esposto in un noto supermercato, «prodotto naturale, non genetico». La cosa mi colpì molto per due ragioni: si sfruttava a scopi commerciali il desiderio di natura e si includeva, inoltre, nella battaglia contro le piante geneticamente modificate (le piante OGM) tutto il lavoro di miglioramento genetico delle piante coltivate sviluppato nell’ultimo secolo in Italia e nel mondo.

Una prima considerazione: non è vero che la natura è sempre buona. Anzi, le piante, in genere, producono sostanze tossiche che le difendono da parassiti. Tossiche per i parassiti, ma molto spesso tossiche anche per l’uomo.

Una seconda considerazione: agricoltura non è natura. Là dove esisteva un bosco ricco di biodiversità vegetale ed animale, l’uomo ha disboscato per coltivare una sola specie vegetale di suo interesse. Mais, pomodoro, vite o altro. Se un diverso vegetale invade il campo, l’uomo lo elimina. A mano o con diserbanti, non fa differenza. Paradossalmente, dunque, l’agricoltura è la peggior nemica della natura. Dunque, dovrebbe essere bandita di legge! Ma dobbiamo nutrirci! Ne abbiamo bisogno per sopravvivere! E dobbiamo nutrire un mondo che nel 2050 avrà quasi 9 miliardi di abitanti. Un mondo in cui, pur utilizzando tutta la terra arabile, non sarà più possibile, agli attuali livelli di produttività per unità di superficie, sfamare tutta la popolazione della Terra (anche se il cibo fosse equamente diviso).

Dobbiamo dunque convivere con l’agricoltura, ma dobbiamo fare in modo che le sue interferenze con la natura stessa siano ridotte al minimo indispensabile. La prima cosa da fare è sviluppare un’agricoltura altamente intensiva: più prodotto per ettaro. Se, a esempio, potessimo portare la produttività delle risaie italiane dalle attuali 6 tonnellate per ettaro a 12 tonnellate, potremmo, a parità di produzione, dimezzare la superficie dedicata alle risaie.

Si chiede dunque alla scienza di sviluppare un’agricoltura intensiva che produca più prodotto per unità di superficie, ma che anche riduca l’uso di pesticidi e fertilizzanti e che permetta ai Paesi africani di affrancarsi dagli aiuti umanitari del mondo ricco. Non è un’impresa facile. Ma se rinunceremo alle moderne tecnologie, la scienza ritiene che ciò sarà impossibile.

Utilizzando le metodologie disponibili in ogni epoca storica, l’uomo ha selezionato e migliorato geneticamente le piante, le ha rese non tossiche (o meno tossiche), più produttive e più adatte ai suoi bisogni. Oggi le piante coltivate hanno ben poco a che fare con i loro antenati selvatici. Le 400 varietà di melo selezionate e coltivate dai nostri nonni ben poco avevano a che fare con i loro progenitori, i meli selvatici. Forse la fragolina di bosco è l’unico prodotto vegetale naturale rimasto. Nessun altro prodotto che raggiunga i nostri mercati è «naturale».

In tutto il secolo ventesimo, l’Italia ha avuto un ruolo di rilievo nella ricerca genetica mondiale intesa a migliorare la produttività e la qualità dei prodotti agricoli. Il frumento duro, il pomodoro San Marzano, il riso Carnaroli e il riso Vialone nano sono alcuni dei risultati di queste ricerche. È quindi importante sottolineare che i prodotti tipici italiani, quelli di cui andiamo giustamente fieri, quelli che vogliamo legittimamente proteggere, non sono piovuti dal cielo per grazia divina. Sono invece il frutto della brillante ricerca sviluppata nelle nostre Università e nei nostri Enti pubblici di ricerca.
Il naturale sviluppo della scienza ci offre oggi una metodologia additiva (ma non sostitutiva) per il miglioramento genetico delle piante coltivate, quella basata sull’isolamento e trasferimento di tratti di DNA che possano conferire alle piante vantaggi agronomici e qualitativi. Ne può trarre vantaggio il nostro Paese? Certo. L’agricoltura italiana è caratterizzata sia dalle coltivazioni di prodotti vegetali tipici sia anche dalla produzione di alimenti (mais e soia) per animali che verranno utilizzati per produrre prodotti tipici (salumi, formaggi ed altro). A grandi linee, la prima attività si sviluppa soprattutto nel centro-sud, la seconda nel nord del Paese. La metodologia OGM è l’unica che ci offrirebbe la possibilità di salvare le nostre colture di qualità senza perderne le caratteristiche. Ricerche condotte in Italia hanno già mostrato quanto ne guadagnerebbe la qualità e la produttività delle nostre colture orticole e cerealicole.
Gia oggi, l’uso di mais e soia OGM offre numerosi vantaggi agli allevamenti nazionali. L’allevatore sa che gli animali crescono più sani e producono di più. Il latte di vacche nutrite con OGM contiene molto meno aflatossine, sostanze cancerogene spesso presenti nel latte di vacche nutrite con mais tradizionale o peggio, biologico.

Ma è paradossale che l’attuale legislazione italiana preveda l’uso di OGM per l’alimentazione degli animali d’allevamento, ma non per l’alimentazione umana diretta. Ne consegue quindi che i migliori prosciutti sono ottenuti da animali allevati con mangimi OGM al 100 per cento, soprattutto soia, ma anche mais. Una persona che si professi contraria ai vegetali OGM dovrebbe quindi più diffidare delle carni che non delle verdure!

Ma i mangimi OGM devono essere importati dall’estero, visto che ne è impedita la coltivazione nel nostro Paese: arrivano da lontano, anche dal sud America. I costi aggiuntivi penalizzano notevolmente i nostri allevatori riducendo la concorrenzialità dei loro prodotti.
In definitiva, numerosi documenti prodotti negli ultimi dieci anni dalla comunità scientifica nazionale e internazionale portano alla conclusione che, rinunciando alle piante OGM, rinunciamo alla qualità e alla competitività dei nostri prodotti tipici. Si spera solo che la classe politica non arrivi troppo tardi a considerare questi pericoli.
*Ordinario di Botanica, università Statale di Milano