Oliveri, la "prima donna" che scuote Genova

Burocrate con lo stile del manager, si è conquistata la fama di amministratrice indipendente. Ma oggi è la più decisa avversaria di una sinistra pigliatutto

Milano - Dice ridendo di sé: «Sono da sempre una prima donna». In verità, eleganza mai ostentata e atteggiamento sempre pacato, Renata Oliveri una prima donna lo è solo nel senso che ogni incarico che ha ricoperto nella sua vita era da sempre appartenuto, prima di lei, agli uomini. A partire dall’ultimo, nel consiglio di amministrazione della Carige, 160 anni di storia al maschile. Adesso è l’unica donna «ballottatrice» in Italia, e anche l’unica a portare la Casa delle libertà al ballottaggio in una Provincia, quella di Genova la rossa. «Proprio non me lo aspettavo, di ottenere un simile risultato contro una macchina da guerra infernale come quella del centrosinistra» ammette. E invece eccola lì, con il 46,3 per cento dei voti contro il 49 del presidente uscente Alessandro Repetto, Margherita, il suo nome sulle prime pagine dei quotidiani a riprova della débâcle del centrosinistra. Ci son state zone, come il bianco Tigullio, dove lei, la manager che sa dire cose difficili con parole semplici, la candidata che è saputa uscire dai salotti della «Genova bene» per calarsi sulla costa e salire nelle vallate dell’entroterra, ha totalizzato il 59,3 per cento dei consensi, lasciando l’Unione al 32,2.
Piemontese «ma solo perché sono nata a Cassine, in provincia di Alessandria», e poi genovesissima, dalla laurea in Economia e Commercio a tutti gli incarichi che, nel corso dei suoi 63 anni, l’hanno vista salire fino ai gradini più alti della pubblica amministrazione, Oliveri è una burocrate con le ali del manager e la passione per la politica. «Non ho mai mischiato i ruoli, però - avverte -. Ho sempre pensato che un servitore dello Stato, che sia un magistrato o un burocrate, debba evitare di confondere il suo ruolo con le sue idee politiche, ed è una regola alla quale mi sono sempre attenuta». Fu direttore dell’area presidenza dell’Autorità portuale quando Doge del Consorzio autonomo del porto era il socialista Rinaldo Magnani e sui moli correvano i giorni caldi della privatizzazione. Fu capo di Gabinetto in Provincia e poi in Regione, ed è in Regione che ha acquisito quella stima trasversale di amministratrice indipendente, vicina agli ambienti socialisti ma con testa pensante, direttore del Dipartimento Economia con la giunta di centrosinistra di Giancarlo Mori prima, direttore centrale con la giunta di centrodestra di Sandro Biasotti poi.
Era il 2002 quando Biasotti licenziò l’assessore al Bilancio Giovanni Battista Pittaluga in un momento tormentato per i conti liguri e chiese con insistenza a lei, l’affidabile consigliera di sempre, di prenderne il posto. Fu svolta: un anno prima era arrivata al vertice dell’ente, segretario generale. Non scelse la via sicura dell’aspettativa, si dimise. E per la Liguria fu una sorta di ministro dell’Economia, decisionista, le proprie competenze al servizio dei provvedimenti, ma «consapevole che non esistono assessori tecnici, perché è la politica che prende le decisioni, e allora se non vuoi essere un burattino nelle mani dei politici devi diventare politico anche tu». È stata una metamorfosi, quella di Renata. Da «donna dei numeri» ad agguerrita contestatrice di quella sinistra che, spiega, «a Genova ha invaso ogni campo della vita, che o sei dei loro o i tuoi meriti non basteranno mai», da tecnico rigoroso a politico appassionato, una che si candidò con Forza Italia al Senato sapendo di perdere solo per «spirito di servizio» e dicendo cose tipo: «Troppo comodo partecipare solo se si è sicuri di vincere. So di non avere molte probabilità di essere eletta, ma il significato della candidatura sta proprio qui».
Se conquisterà la Provincia dovrà collaborare o combattere con un’altra donna, Marta Vincenzi detta SuperMarta, appena eletta sindaco di Genova. Lei, Renata, la mette così: «Marta fa politica con metodi maschili, infatti è antipatica alle donne. Io conservo il mio specifico femminile nella leadership, e infatti ho molte collaboratrici». Vincerà? «Per la sinistra da qui in poi sarà battaglia campale, non so. So però che in questa campagna elettorale siamo riusciti a svelare che è un’illusione ottica, quella della sinistra che porta sviluppo. Questo mi invoglia ad armare ancora le mie truppe. Sarò spericolata».