Oncologia: crescono le guarigioni

«Non tutte le donne malate di tumore alla mammella devono fare la chemioterapia, anzi per un terzo di loro non vi è questa indicazione». È un messaggio forte e incoraggiante quello che Angelo Di Leo, del dipartimento di oncologia dell'ospedale di Prato, Giuseppe Viale, dell’università di Milano e divisione di anatomia patologica dell'Istituto europeo di oncologia (Ieo) di Milano e Marco Colleoni dell’unità di ricerca in senologia medica dello Ieo, hanno lanciato dal 2° Consensus Workshop sull'impiego delle diverse metodiche per la determinazione dello stato di HER2, l'oncogene che individua una forma di tumore alla mammella particolarmente grave.
«In Italia ogni anno si ammalano di carcinoma mammario circa 40 mila donne - dice Viale - e purtroppo ognuno ha caratteristiche diverse, quindi per ogni donna andrebbe fatta una diagnosi ed una terapia differente. Siamo ancora lontani dal raggiungere questo obiettivo ma abbiamo cercato dei sottogruppi sulla base dell'identificazione di 10 parametri, di cui due sono età ed etnia, gli altri 8 sono caratteristiche proprie del tumore. Informazioni che devono essere quindi ricavate dal patologo, con accuratezza e precisione, perché devono poi passare all'oncologo, il quale, sulla base di queste, stende il piano di cura. Le due figure, patologo e oncologo lavorano insieme in un rapporto di piena fiducia». Sulla base di questi parametri si stabilisce se il tumore risponde alle terapie ormonali (in genere il 60% dei casi) che inibiscono la produzione o l'azione di estrogeno e progesterone, i due "nutrienti" delle cellule tumorali, oppure se il tumore è ormonoresistente. In tal caso si adotta la chemioterapia abbinata a farmaci biologici. «Se il tumore risponde bene alla terapia ormonale, come avviene nella metà dei casi di tumori ormonosensibili, non serve la chemioterapia», sottolinea Di Leo. «È sbagliato fare tutto, se non serve. La chemioterapia va evitata se si può». Oggi di cancro alla mammella si guarisce: di quelle 40 mila donne, il 70-80% “vive", non "sopravvive", perché la malattia ora è controllata meglio e il livello di qualità di vita è migliore. Ma serve una diagnosi precoce, per questo è importante lo screening mammografico preventivo. La malata di cancro ha riacquistato la sua dignità nella terapia grazie ai nuovi farmaci, che riescono a curare anche i casi di tumore HER2, quelli più gravi, che rappresentano il 25-30% dei tumori mammari. Il trastuzumab è il primo anticorpo monoclonale utilizzato in questi casi, in associazione alla chemioterapia, dimostrando di essere ben tollerato e migliorando il livello di sopravvivenza delle malate con metastasi. «Lo studio europeo Hera, dopo due anni di osservazione, ha evidenziato che le donne che sono state curate per un anno con citotossici abbinati a trastuzumab hanno ridotto del 30-40% il rischio relativo di recidiva rispetto alle donne che sono state curate solo con chemioterapia» sostiene Colleoni.