Opicino de Canistris il cartografomane che sorvolò il mondo

Le "visioni" geografiche dell'ecclesiastico medievale sul confine che separa misticismo e schizofrenia

Secondo Marc Bloch, «il bravo storico è come l'orco della fiaba. Egli sa che là dove fiuta carne umana, là è la sua preda». Il medioevo era il territorio di caccia preferito da Bloch, come lo sarà di un altro grande storico francese, Jacques Le Goff (il quale peraltro dell'orco aveva anche il physique du rôle, sebbene non l'indole ferina).

Nella colossale recita andata in scena durante l'Età di mezzo, c'è un personaggio, oltretutto quasi francese d'adozione, il quale di carne al fuoco ne mise in quantità industriale, a partire dalla sua medesima, tormentata già in vita dalle fiamme dell'Inferno perché, nato un giorno prima di Gesù, il 24 dicembre, ed essendo in perenne overdose di etimologie e di sensi di colpa, s'era convinto di non essere semplicemente un ante Cristo, ma proprio l'Anticristo in persona. Si chiamava Opicino de Canistris, nacque a Lomello, una trentina di chilometri a Ovest di Pavia, nel 1296, e morì ad Avignone intorno al 1356 e, già che siamo in argomento, assecondiamolo dicendo che Canistris risale alla professione di canestraio diffusa per li rami della sua famiglia e, secondo il diretto interessato, il cognome trova conferma nella visione da lui avuta di un canestro come «contenitore» della sua stessa biografia, mentre Opicino deriverebbe (sempre a sentire il Nostro) dal verbo greco opízein nell'accezione di «balbettare», visto che, quando ricevette gli ordini tanto agognati e nello stesso tempo temuti, andò immediatamente nel panico non riuscendo nemmeno più a leggere le Sacre Scritture.

Si sarà capito che stiamo trattando di un tipo non perfettamente «in bolla» (ma quelle papali qui non c'entrano). Infatti, chi per primo trasse le sue opere dall'anonimato in cui giacevano sugli scaffali della Biblioteca Apostolica Vaticana, cioè Fritz Saxl e Richard G. Salomon, studiosi della cerchia di Aby Warburg, sulle prime parlò di «prodotto patologico». Poi si formulò la diagnosi di «parafrenia fantastica». E quando nel 1943 ad Ascona, nientemeno che Carl Gustav Jung, a margine di un Colloquio di Eranos sui «miti solari», parlò di Opicino come di uno «schizofrenico», il dado era tratto: la storiografia del medioevo aveva acquisito un nuovo genio folle da fare sdraiare sul lettino.

Volutamente warburghiano poiché cita un'espressione cara allo storico e critico d'arte tedesco, è il saggio di Sylvain Piron Dialettica del mostro (Adelphi, pagg. 349, euro 50, traduzione di Angela Guidi Nissim, illustrato con molte riproduzioni delle opere opiciniane). Il sottotitolo è Inchiesta su Opicino de Canistris, e l'inchiesta, come ammette l'autore nella nota all'edizione italiana, è di tipo psicologico. Insomma, anche per Piron, come per i già citati autori, Opicino è, se non un caso clinico in epoca pre-clinica, quantomeno un cas d'école, un caso di scuola utile per comprendere l'evoluzione dei comportamenti e delle loro traballanti basi psicologiche.

Opicino de Canistris aveva Pavia come patria, il papa come stella polare e la geografia come ossessione. Lo possiamo definire un cartografomane, visto che gran parte dei suoi fogli e pergamene che ci sono giunti illustrano con una precisione lodevole (grazie ai mesi che trascorse a Genova, dove consultò i migliori portolani in circolazione) la conformazione del mondo mediterraneo e la corredano con commenti, forme geometriche, griglie immaginarie. È come se, abituato fin da bambino a misurare passo dopo passo, giorno dopo giorno, una piccola porzione di territorio (Lomello, Langosco, Voghera, Bassignana...) per raggiungere ora una scuola, ora un lavoro part time, ora soprattutto un rifugio, quando Ludovico IV il Bavaro diede un'accelerata alla marcia su Roma con i ghibellini a fargli da apripista e Marsilio Ficino da ufficio stampa, Opicino si esercitasse a librarsi con la fantasia nel cielo per avere una visione complessiva dall'alto, dalla mongolfiera del suo cuore che trasportava tormenti e slanci mistici.

Opicino non era un clericus vagans nel senso proprio, non era, insomma, un intellettuale dalla solida cultura che collezioni borse di studio qui e là, ma clericus lo era e, quanto al vagare, girava come una trottola. Ma nel 1329 la trottola si fermò. Ad Avignone, dove tredici anni prima Giovanni XXII aveva trasferito la sede papale. Le spintarelle di ben quattro cardinali protettori furono decisive per l'assunzione alla Penitenzieria e il suo rigore da travet, nonché la certificata fedeltà alla parte guelfa, fecero il resto. Da burocrate della fede, fra una remissione e una concessione, un castigo e un bel giro di moneta sonante, il Nostro aveva tutto il tempo di dedicarsi alla sua arte che Piron definisce «postmoderna prima del tempo». Di volta in volta, vediamo il corso del Po sovrapporsi alla Penisola balcanica, la pianta di Pavia occupare tutto il mare nostrum, forme in stile optical che suggeriscono punti di fuga, la Tarasca, incubo provenzale di casa ad Avignone, che divora questa volta la Normandia...

Jung riconobbe in questa commistione di linguaggi, dal figurativo all'allegorico, dal classificatorio all'enumerante e all'ipnotico, un salto, all'indietro nel tempo e lontano nello spazio, fino all'estetica dei mandala e all'idea indiana del Purusa. E Piron ne suggerisce la filiazione nella grezza, spontanea, esplosiva e infantile Art brut, citando ad esempio Adolf Wölfli. E come non pensare, di fronte a quel satiro che è, nella mente di Opicino, il Mediterraneo d'acqua sulfurea, al Colosso di Goya? Oppure, osservando quel Cristo crocifisso e che sembra appeso anche a una ruota della tortura, ci sovvengono certi supplizi, tra Francis Bacon e fiction gotica, delle tele di Nicola Samorì.

Non era un dotto, Opicino, ma i suoi punti cardinali sono Platone, Sant'Agostino, Severino Boezio e la scuola di Chartres, e l'autobiografismo diffuso richiama la ieratica e maestosa figura di Ildegarda di Bingen, anch'essa, tutto sommato, una magnifica «irregolare». E in filigrana, sotto l'opera dell'artigiano pavese che ha tutta l'aria di essere una cartografia dell'inconscio, oppure la metà esatta di una macchia di Rorschach, s'intravede un umile ma preziosissimo omaggio all'Anima mundi.