Ora il bestseller si scrive a colpi di effetti speciali

Esplosioni, mostri, preti che sembrano Rambo. La narrativa somiglia sempre più al cinema

Effetti speciali. Botti fragorosi che non deflagrano dai dolby surround dei multisala, ma dalle pagine dei nuovi thriller. Sono narrative speziate per palati forti, costruite a tavolino, non a freddo, ma con vibrante mestiere, da specialisti del raccontare, autori di spessore che non solo non credono all’estinzione del libro «da leggere d’un fiato», ma s’ingegnano a rivitalizzarlo con Dna postmoderno, con tecnica in altalena tra l’adrenalina della fiction esagitata e il gusto tradizionale della scoperta, riga dopo riga, del come va a finire, di che pasta è fatto quel carattere, di che taglio di luce valorizza un ambiente e l’incunea nell’immaginazione.

Un elemento comune è quel terrore che, come dice Juan Gómez Jurado nel suo Ultima ora nel deserto (Longanesi, pagg. 382, euro 18,60), «ti graffia il cuore come un artiglio di ghiaccio». La scoperta dell’acqua calda. Ma con la giusta grinta e il martello pneumatico del ritmo, funziona. L’azione è scandita con grafica che viene dal grande schermo. Qui non troviamo capitoli titolati, da scrittori d’una volta: secche date, al minuto secondo, i fatti grandinano come saette. Nelle testatine, nomi di località: Al-Qahira, il Cairo; Al-Mudawwarah, Giordania (Canyon dell’Artiglio, dove il vento del veleno, il nero simun, quando attacca lascia la gente come uva passa, mummie svuotate con i nervi e le ossa in vista); Kayn Tower, New York, posti non proprio sotto casa.

Il primo effetto speciale è catapultarci nell’esotico. Proviamo a scoperchiare più in profondo il giocattolo. Tutto deve sgorgare da un flash fantastico, un Big Bang della creatività che poi si dilata con un estenuante tira e molla di rivelazioni per qualche centinaio di pagine. La massa critica è rilevante, in questo genere di narrativa. Nel libro di Jurado, madrileno, giornalista, non caso laureato in scienze della comunicazione, il nucleo è lo strumento più potente della storia, l’Arca dell’Alleanza. Tema trito, ma di garantita presa. La salsa piccante è politico-religiosa, con l’alta tensione dell’attualità. Tre «monoteisti» danno la caccia al manufatto. Un miliardario ebreo, che vuole farne una bandiera; Huqna («siringa», da apprendista ha trafitto i bulbi oculari del nemico con l’ago chirurgico), jihadista di Al Qaida infiltrato nella missione archeologica, deciso a impedire il recupero e, infine (altro effetto speciale) uno 007 vaticano, un Rambo in clergyman, ex testa di cuoio, che nella ventiquattrore non ha calice e paramenti, ma barrette di C-4, con cui sbriciolerà la cassaforte aurea di Dio.

Perche? Un’innocente passeggiata di Ariel Sharon, nel settembre del 2000, sulla spianata delle moschee, aveva scatenato un’intifada con migliaia di morti. Ricostruire il tempio di Salomone con l’Arca ritrovata nel sancta sanctorum, a spese della moschea di al-Aqsa, quale prezzo avrebbe avuto, in vite umane? Con l’Iran dalla pistola nucleare fumante, fin troppo facile pensare alla fine della civiltà. Una certa logica c’è. L’ambiente di dune e rocce calcinate si presta agli effettacci mozzafiato. Scorpioni giallastri infilati nei sacchi a pelo. Plotoni di solenopsis invicta, formiche cannibali, che infestano i corpi. Grossi proiettili che spappolano bocche. Mercenari sudafricani maestri di sventramento. E poi satellitari che dribblano gli scanner, trivelle futuriste, mirini a infrarossi: nei ringraziamenti a fine volume spiccano nomi di ingegneri e informatici, perché l’effetto speciale della tecnologia si fonda sull’esattezza minuziosa, pena il ridicolo.
Glenn Cooper, in La biblioteca dei morti (Nord, pagg. 440, euro 18,60) sceglie una delle location più spettacolari e misteriose, un effetto speciale di per sé: Base 51, Nevada. E su questo germe lavora alla sorpresa. Alieni? Tutto un trucco dei servizi segreti. Il filo della narrazione sprofonda nel medioevo goticheggiante delle abbazie monastiche, già care a narratori «puri» come Ken Follett. A Vectis, isola di Wight, Britannia cristiana, VIII sec., amanuensi veggenti vergano in scrittura automatica miliardi di nomi su volumi di pergamena. Un data base grezzo e terribile: ogni appellativo reca le sigle natus e mortuus, con i relativi giorni. Ci siamo tutti, dentro fino al collo. Come tecnica di coinvolgimento del lettore, niente da dire, è da primato. L’Inghilterra stremata dalla seconda guerra mondiale non può gestire la scoperta. Ci pensa l’America di Truman, che racchiude gli scottanti dati nell’immane schedario blindato. L’elenco si arresta al 2027, fines dierum, l’apocalisse. Tutto comincia con una fuga di notizie. C’è il detective (un clone del Marlowe chandleriano, devoto al Johnnie Walker Black Label, un newyorchese senza radici appiccicato alla città come un post-it - il datato sistema letterario della similitudine funziona come micro effetto speciale nello stile di questi autori) che crede di doversela vedere con Doomsday, il «giorno del giudizio», inesistente serial killer, e non sa che tutti i suoi problemi vengono da quegli antichi scriptoria della brumosa Vectis. Non manca l’effetto speciale psichico, se non proprio filosofico. Che cosa succederebbe se il segreto della vita e della morte di ciascuno diventasse di dominio pubblico? Crollerebbero le regole del mondo. In questo caso, non sapere è il meglio. La Cia ha le sue buone ragioni per tenere sotto chiave gli arcani. Il tenebroso principe degli effetti speciali resta lui, il Diavolo.

Ed ecco Richard Dübell con La Bibbia del Diavolo (Piemme, pagg. 454, euro 22), un poderoso thriller dislocato nella Boemia medievale, con il classico monaco megalomane del sapere che si mura vivo per farsi iniettare da Belzebù robuste dosi di onniscienza. Così diventa editor di un’enciclopedia del Male, mina vagante d’inchiostri e miniature che fa gola a principi e papi, inquisitori ed alchimisti. Sempre Satana, ma umoristico, in I diari del Diavolo (De Agostini, pagg. 160, euro 12), a firma Lucifer D. Satan, che se la prende con Mister Di, e riscrive, giorno per giorno, la storia, dimostrando che in ogni fatto c’è il suo sulfureo zampino. In questa pagine, tipograficamente anticate, l’effetto speciale è più leggero, brillante, ironico.

Ottimo non per ravvivare notti insonni di letture da far battere i denti, ma qualche spiritosa conversazione, dopo cena.