È ora di fare il processo alla cultura

Da molti anni si vanno accumulando, in Francia, i cahiers de doléances (con qualche j’accuse) sullo stato della cultura nazionale. Il suo cinema offre prodotti marginali, la sua letteratura non viene tradotta all’estero, la sua musica non varca i confini, ma soprattutto sono in crisi scuola e università.
Gli interventi sono numerosi e autorevoli, a cominciare dal capolavoro che Marc Fumaroli pubblicò diciassette anni fa sulla politica culturale di Stato, da Vichy a Malraux fino a Jack Lang: L’État culturel (Lo stato culturale, Adelphi). Fumaroli non le manda a dire. Dopo aver deprecato l’idea della fruizione culturale come atto di civismo, il grande studioso definisce le iniziative culturali pubbliche come altrettante «distrazioni tanto ammodo che non rispondono a nessuna necessità interiore e che non fanno altro che scoraggiare dall’essere se stessi».
A essere messo sotto accusa è stato, fin dall’inizio, un intero modello culturale, che comprendeva editoria, spettacoli dal vivo, cinema, musica ma anche università e ricerca e, quindi, istruzione e formazione. Va dato atto ai nostri cugini di non aver mai disgiunto la cultura intesa come prodotto dal momento formativo. La storia di questa autocritica comprende momenti di grande intensità, come nell’inchiesta uscita lo scorso anno, e curata dal grande matematico Laurent Lafforgue e dalla pedagogista Liliane Lurçat, dal titolo significativo La débâcle de l’école (La rovina della scuola); o come il mea culpa di Tzvetan Todorov (La letteratura in pericolo, Garzanti) dove uno dei protagonisti dell’era strutturalista ammette i disastri prodotti dal suo metodo nei testi scolastici, nei metodi d’insegnamento e nelle cattedre universitarie di letteratura.
Guai, però, se a lanciare l’allarme è - siamo alla fine del 2007 - un giornalista americano di Time, Donald Morrison, con un servizio che merita la copertina sull’edizione europea del magazine, ma non compare nemmeno su quella americana. Apriti o cielo. I panni sporchi si lavano in casa: questo americano, che si domanda come mai tutto il rumore che la cultura francese produce in patria non faccia vibrare nemmeno la più piccola eco a New York o a Chicago, merita una risposta indignata. E allora giù!, fiumi d’inchiostro, ore e ore di trasmissioni televisive, scudi sollevati pressoché in tutti gli ambienti, da quello editoriale a quello accademico.
Così Morrison ha dovuto trasformare il suo articolo in un libretto, uscito da poco in Francia per i tipi di Denoël, dal titolo che, tradotto in italiano, suona «Cosa resta della cultura francese?».
Al suo testo ne segue nello stesso volume un altro di risposta, più breve, di Antoine Compagnon, storico della letteratura, intitolato (traduco) «Il cruccio della Grandeur». Non c’interessa, qui, seguire il corso della polemica. Lo scritto di Morrison è farcito di dati, ma l’interpretazione degli stessi appare spesso un po’ grossolana, da giornalista americano abituato a considerare esistente solo ciò che produce visibilità e numeri rilevanti. Quanto a Compagnon, un autore che io apprezzo molto, non si attarda nella difesa, ma - al modo di Socrate nel Fedro - completa la critica per poi mostrarne il lato vitale.
Perché così è: se il modello culturale francese presenta molte falle e una certa dose di ipocrisia (basterebbe pensare alla frequenza di parole come «diversità», «alterità» nel suo frasario culturale, a fronte dei modi spesso polizieschi con cui l’alterità viene trattata quando si mostra con il corpo e la faccia di uno straniero), è però anche vero che tutto questo movimento autocritico dimostra lo stato di salute delle radici culturali francesi, e la determinazione della «cultura» a mantenere il suo valore in piena autonomia, distinguendosi dalla politica.
La nostra domanda investe, piuttosto, la cultura italiana, sulla quale, in grandissima parte, si potrebbero ripetere - spesso rincarando le dosi - le osservazioni mosse da Morrison e dallo stesso Compagnon nei riguardi di quella francese, e che si riassumono nel suo scarso peso a livello internazionale, nel suo provincialismo, nella sua mancanza di originalità. Da noi non esiste, di fatto, uno Stato Culturale come quello deprecato da Fumaroli, e la cultura, più che un affare di Stato, appare come un affare di élite, di salotti, di circoli, di cricche e, se mai, in un recente passato, di controllo ideologico a opera del fascismo prima e del partito comunista poi, che in modi solo in parte diversi hanno acquistato potere nei gangli della produzione culturale, contaminando (anche mediante il ricatto) l’esercizio della libertà intellettuale nel nostro Paese.
Sono tutte cose che sappiamo benissimo. Del resto, gli agenti patogeni della libertà intellettuale esistono e probabilmente esisteranno sempre dappertutto, e questo ha una sua logica (starei per dire giustizia) perché è nella lotta, nella tensione, nella dialettica che la libertà si afferma. Non ho mai sentito parlare, né qui, né altrove, di uomini liberi che non abbiano pagato il prezzo della loro libertà.
Quello, piuttosto, che preoccupa è la totale assenza, da noi, di un ripensamento paragonabile a quello dei nostri cugini francesi. A nessuno viene in mente di produrre un’analisi critica della nostra cultura capace di abbracciare insieme letteratura, spettacolo, beni culturali e università, considerandoli come un unico problema. Nessuno ha voglia di farsi dei nemici. Così ci accontentiamo di riempire lo Stivale di premi e festival e ci illudiamo che la cultura sia in buona salute. Per i ripensamenti è sufficiente Porta a porta, o qualche altro talk show. L’intellettuale fa un mestiere mal pagato, ha scarsa stima di sé (un buon gelataio guadagna più della maggior parte degli scrittori), ed è facile che finisca per rincorrere un posticino al sole a caccia di gettoni di presenza, girando per convegni e festival, tenendo rubrichette su riviste o, se va bene, aprendosi una strada nel cinema.
C’è poi un problema di coraggio. Nel libro di Morrison-Compagnon vengono avanzate ipotesi arditissime, come quella di azzerare i contributi pubblici allo spettacolo dal vivo, considerati un deterrente culturale (l’artista finisce per essere un mantenuto pubblico: tesi molto americana). Ma chi avrebbe, da noi, il coraggio di formulare simili proposte senza temere di essere linciato? Conosco gente che pensa queste cose e anche di peggio, ma non parlerà mai. Ogni tanto lo fa qualche scemo del villaggio, abilitato a parlare solo perché sa che nessuno lo prenderà mai sul serio.
Eppure ci sarebbe molto materiale di riflessione. Si potrebbe cominciare ripensando il ruolo formativo dell’università, chiedersi come superare la sua crisi di competitività, come metterla in grado di rispondere a sfide che vengono non più solo dall’America o dalla vecchia Europa, ma anche dalla Cina, dall’India, dalla Corea.
Nell’Italia di oggi ha ancora senso il valore legale della laurea? E ancora. Mentre l’università langue, proliferano i festival letterari, scientifici, filosofici. Ma quanti di questi festival sono veramente utili? Quanti evitano, mediante una saggia conduzione, la riduzione della cultura a spettacolo? Non stiamo correndo il rischio di ridurre la conoscenza a un semplice «parlare di»? E poi. I contributi pubblici al teatro e allo spettacolo dal vivo vanno mantenuti e, se possibile, aumentati (e non tagliati come si continua a fare da noi). Ma come evitare che una parte di essi finisca per alimentare la marginalità? Conosco gruppi teatrali che da dieci anni lavorano sempre sullo stesso testo - magari una fiaba, o un romanzo che nessuno ha mai letto.
Nella crisi economica, sulla soglia della recessione, è più che mai urgente che la nostra cultura sappia affermare la sua centralità di fronte alla sfida della globalizzazione, che potrebbe anche relegarci, e forse lo sta già facendo, a un ruolo definitivamente marginale: ruolo da cui, di norma, riescono a evadere solo pochi fortunati individui. Io penso che non ci meritiamo questo: l’Italia non è solo Colosseo e Gomorra. È ora che anche da noi, con coraggio e serenità, si cominci a discutere, ripensare, progettare, affinché tutte le cose buone che produciamo acquistino la forza di proporsi al mondo.
In fondo, la cultura che ci ha dominati finora - di destra o di sinistra poco importa - ci ha insegnato che la nostra è solo un’Italietta, scoraggiandoci, per dirla con Fumaroli, dall’esser noi stessi. Non è forse tempo di concederci una nuova ipotesi?