Ora la Turchia può dire no all’Ue

Livio Caputo

Congelato il processo di ratifica della Costituzione, rinviata a un momento meno conflittuale la definizione del bilancio 2007-2013, il Consiglio Europeo del 16-17 giugno passerà alla storia per l’inatteso - e forse per questo ancora più traumatico - stop all’allargamento pronunciato dal presidente francese Chirac e sostanzialmente condiviso dagli altri leader.
Si tratta, in sostanza, di una presa d’atto degli umori dell’opinione pubblica europea, che non ha ben digerito l’ingresso di dieci nuovi Paesi lo scorso anno, guarda con estrema diffidenza a quello di Bulgaria e Romania nel 2007 e non vuole saperne né di Turchia, né di Repubbliche balcaniche, né di Ucraina, Bielorussia o Moldavia. Se non ci fossero ripensamenti, potremmo dire che a Bruxelles si sono infine tracciati i confini della Ue. È bene dire subito che le conseguenze per il futuro del continente, saranno di grande portata. Vediamole.
Bulgaria e Romania, che hanno già firmato il trattato di adesione, dovrebbero riuscire a prendere l’ultimo treno per Bruxelles, ma non è più certo che questo parta e arrivi in orario.
Alcuni Paesi (tra cui proprio la Francia) non hanno ancora proceduto alla ratifica, e la Commissione è tutt’altro che soddisfatta dei progressi di Bucarest e Sofia nel campo giuridico. Per quanto la Germania e altri mettano in guardia contro un rinvio, anche di un solo anno, perché potrebbe bloccare il processo di riforme in corso nei due Paesi e provocarvi una reazione di rigetto, nel clima attuale esso è passato da possibile a probabile. Nelle due capitali, infatti, è già allarme rosso.
Un’incognita anche maggiore riguarda la Turchia. Nello scorso dicembre il Consiglio decise, dopo un tormentato dibattito, di avviare i negoziati con Ankara il prossimo 3 ottobre, facendo presente che avrebbero potuto durare dai dieci ai quindici anni e che il loro esito non era assolutamente scontato. I turchi masticarono un po’ amaro, ma accettarono.
Ora, tuttavia, l’esito dei referendum in Francia e in Olanda, la certezza che un trattato sarebbe comunque respinto dai francesi (dove Chirac, commettendo l’ennesima fuga in avanti, ha promesso di rimettere la decisione finale al popolo), e la prospettiva di una vittoria nelle imminenti elezioni tedesche della Cdu/Csu, precisamente contraria a un’adesione piena di Ankara, hanno cambiato le carte in tavola.
Se l’Unione non violerà i patti, il processo dovrebbe avere egualmente inizio in autunno, ma in una atmosfera tale che potrebbe essere lo stesso Erdogan a dire di no. Che direzione prenderebbe in un’ipotesi del genere la Turchia, che ha puntato tutto sull’ingresso nella Ue e affrontato a questo fine riforme anche difficili, è una domanda di enorme rilevanza per tutti, ma per ora senza risposta. Il periodo di anticamera si allungherà di molto, se non proprio all’infinito, anche per le Repubbliche balcaniche ancora in attesa e che oggi rappresentano una specie di «buco nero» nella carta geografica dell’Europa: Croazia (che è più avanzata degli altri, ma è stata messa in quarantena per il rifiuto di consegnare al Tribunale dell’Aia il criminale di guerra Godovina), Serbia-Montenegro, Macedonia, Bosnia, Albania e - se mai dovesse ottenere l’indipendenza - Kosovo.
Ci sono forti interessi che le sostengono, ma i loro standard sono talmente lontani da quelli richiesti dall’Unione, e il loro tasso di criminalità talmente elevato, che una loro piena adesione - con tutti i diritti che questo comporta - è oggi inconcepibile. Il problema è che, senza la prospettiva europea, questi Paesi potrebbero scivolare ancora più in basso, con una ripresa dei conflitti etnici che covano sempre sotto la cenere.
Particolarmente preoccupante è il caso della Bosnia, dove la ricostruzione ha fatto scarsissimi progressi ed è ancora richiesta la presenza di 7mila soldati dell’Unione per evitare che la guerra civile tra serbi e musulmani riprenda. Lo stesso assetto futuro del Kosovo, oggi presidiato da 16mila uomini della Nato, è strettamente legato all’ipotesi di un inglobamento nell’Unione in contemporanea con quello della Serbia.
Può essere che la Ue esca dal tunnel in cui è infilata e che, con il superamento della crisi, si attenui anche l’avversione nei confronti di un ulteriore allargamento; ma, allo stato attuale delle cose, l’intera politica di espansione verso Est, con assorbimento delle aree di crisi, dovrà essere ripensata.