Ora la Turchia rimette il velo alle università

Primo sì del Parlamento al turban islamico nelle aule. E il Paese si spacca

da Istanbul

Finché turban non li separi. La Turchia si appresta a liberalizzare l'uso del velo islamico nelle università e a mandare in cantina uno dei simboli dello Stato laico fondato da Mustafa Kemal Atatürk. E nel Paese della Mezzaluna litigano tutti, dai politici alla gente comune.
Il Parlamento nella tarda serata di mercoledì ha approvato in prima lettura la bozza presentata dall'Akp, il Partito per la Giustizia e lo sviluppo islamico moderato al governo, e il Mhp, il Partito nazionalista a cui fanno riferimento anche i Lupi Grigi. Prevede la modifica di due articoli della Costituzione, per la precisione il 10 e il 42. A margine verrà forse mutato anche l'articolo 17 del regolamento dello Yök, l'Istituto per l'alta formazione universitaria, da sempre roccaforte della parte laica dello Stato. La seconda votazione si terrà domani mattina. Trattandosi di una modifica della Anayasa, la Costituzione appunto, sono necessari almeno 330 voti favorevoli con 367 deputati in aula. I numeri ci sono, ma non quelli che speravano il premier Recep Tayyip Erdogan e Devlet Bahceli, segretari dei due partiti che hanno presentato la bozza di legge. Insieme, infatti, hanno 410 deputati, eppure, mercoledì sera, la loro mozione è passata con 402 voti, segno che alcuni loro parlamentari o non erano presenti in aula o peggio ancora hanno votato contro. I principali commentatori dicono potrebbe trattarsi di esponenti del Mhp, appartenenti a un corrente conservatrice ma laica, e che hanno gradito poco la svolta islamica imposta dal loro leader.
Non parliamo dell'opposizione. Il Chp, il Partito repubblicano del popolo ha annunciato il ricorso alla Corte Costituzionale e, nel corso di un dibattito parlamentare molto accesso e che ha quasi sfiorato la rissa, ha accusato il governo di Erdogan di avere un piano per introdurre l'uso libero del turban ovunque in breve tempo. In realtà qualcuno lo sta già ammettendo apertamente. Egemen Bagis, dirigente dell'Akp proprio mercoledì a ridosso della votazione ha detto candidamente che bisognerebbe permettere alle donne di entrare velate anche in Parlamento, ossia nel cuore stesso dello Stato laico.
Se alla Grande Assemblea nazionale turca si litiga, nel Paese il clima non è certo meglio. Contro la bozza per la «libertà di velo», si sono scagliati tutti, dalla Tusiad, la Confindustria locale, alla magistratura, che hanno accusato l'esecutivo islamico-moderato, che ha stravinto le ultime elezioni, di voler allontanare il Paese dall'Europa e di voler minare le fondamenta dello Stato laico. Molti rettori dei maggiori atenei si sono schierati apertamente contro la bozza. Sabato scorso ad Ankara sono scese in piazza oltre 100mila donne. A Istanbul, martedì, sostenitori del Chp hanno protestando bruciando veli in piazza e gridando alla sharia. Fra loro c'erano anche donne che il turban lo indossano per scelta personale e che non vogliono vedere un simbolo religioso trasformato in uno politico, come secondo loro Erdogan sta facendo. La situazione rischia di inasprirsi ma il governo è intenzionato a proseguire sulla sua strada.
I militari tacciono e, salvo sorprese, sabato la legge passerà. Il presidente della Repubblica, il filo islamico Abdullah Gül, che come Erdogan ha la moglie velata, non sembra intenzionato a indire un referendum proprio su un tema come questo, dove forse proprio le donne dovrebbero esprimersi. Insomma entro qualche giorno sulla faccenda calerà un velo. Di libertà per i filo-islamici e pietoso per i laici.