Orante

Forse il suo nome deriva dal fatto che fu trovato, morto, in ginocchio e con le mani giunte. Stava con altri sette monaci e l’abate Ilarione in un monastero dalle parti di Cosenza. Erano gli ultimi anni del secolo XIV (o forse i primi del seguente) e la regione era infestata dai banditi. Perciò i nove monaci un giorno decisero di andarsene in cerca di terre migliori. Ognuno prese con sé solo la ciotola per il cibo. Si diressero verso l’Abruzzo e si fermarono in una località imprecisata. Qui l’abate morì e al suo posto venne eletto il monaco Pietro detto «il greco». Rimasti in otto, decisero di intraprendere un pellegrinaggio verso Roma. Mentre erano in viaggio, accadde che il Nostro e altri due monaci si ammalarono. Fu giocoforza fermarsi e la località prescelta era la chiesa chiamata Santa Maria Capodacqua, così detta perché sorgeva su un promontorio che si affacciava sul lago Fucino (che oggi è scomparso): quando le acque del lago salivano, il promontorio diventava un’isola. Cinque proseguirono e i tre malati rimasero là. Ma due di loro si rimisero presto. Così, rimase solo il Nostro, ancora febbricitante. Stava dentro alla chiesa e il custode gli portava da mangiare. Una volta quest’ultimo tardò parecchio e il Nostro, consumato dalla febbre, uscì per cercare da mangiare. Quando il custode tornò, pensando che se ne fosse andato sbarrò la porta. Così, il Nostro dovette passare la notte all’addiaccio su un mucchio di sarmenti. L’indomani, gli abitanti della vicina Ortucchio sentirono le campane suonare, accorsero e trovarono l’Orante morto sui sarmenti miracolosamente fioriti.