Osama è stato eliminato ma la sua follia deve farci ancora paura

Al Qaida sopravvive al suo leader e si ramifica. E la nuova "primavera araba" è un pericolo a cui non siamo preparati

Non c'è chi non sappia dove si trovava quando le Twin Towers furono colpite. Io ero a Gerusalemme, appena tornata da Durban; avevo già visto, scritto sul muro, quello che sarebbe accaduto. So esattamente dove mi trovato subito prima e durante l'attacco. Al centro dell'odio. A Durban, la conferenza dell'ONU sul razzismo che avevo coperto, si era senza vergogna trasformata in una conferenza razzista contro ebrei e americani. L'odio antioccidentale era al picco: Mughabe, Fidel Castro, Arafat, applauditi a scena aperta, predicavano la nuova religione globale delle sale del Centro Congressi e dello Stadio dove erano riunite le ONG: i giovani rincorrevano quelli identificati come ebrei e americani, maledicevano l'occidente, schiavista, oppressore, imperialista. L'Occidente doveva pagare. Le marce si svolgevano sotto manifesti e striscioni che ritraevano Bin Laden, che certo anche allora non era uno sconosciuto. Al Qaida aveva già compiuto, nel '93, l'attacco del World Trade Center, poi la Somalia, quindi Ryiad, nel '96 l'attacco alle Khobar Towers che uccise 19 americani, nel '98 le ambasciate USA in Kenia e Tanzania, 224 morti, nel 2000 la nave Cole…. Israele intanto esplodeva ovunque, era la festa delle cinture suicide.

Durban fu una specie di sabba per l'avvento dell'anticristo, e lui venne. Nel ’96 Bin Laden aveva giurato guerra «ai crociati e agli ebrei», nel ’98 una fatwa ne confermò la validità e crebbe la religione del terrorismo suicida: morire uccidendo, e non la vita, fu dichiarata l'aspirazione più sacrosanta, ogni giovane doveva essere desideroso di morire contro l'Occidente per la fede nazionalista araba e per quella religiosa islamista. Nel mondo islamico le scuole, le mamme, la tv, le canzoni della strada, le moschee, tutto il contesto sociale era un alito di fuoco che prometteva la conquista del mondo per il califfato universale. Le bande sunnite e sciite che si odiano divennero pronte a unirsi per la guerra santa. Ahmadinejad oltre alla sua banda sciita degli hezbollah, prescelse anche quella sunnita di Hamas per la guerra terrorista.

Il senatore americano Joseph Lieberman, dopo che sono stati resi pubblici i termini della strategia antiterrorista obamiana, ha protestato perché Obama non capisce che la dimensione culturale e religiosa della guerra la rende ancora molto pericolosa. Il senatore critica i termini usati per il nemico: «gli estremisti» o «i militanti». Non di questo si tratta, ma di terroristi islamisti, e non abbiamo nemmeno il coraggio di chiamarli con l loro nome, dice.
Nel corso degli anni Al Qaida ha coperto il mondo di circa diecimila attacchi (Londra, Madrid, Algeria, Turchia, Bali, Karachi, Baghdad, le Filippine…). Eliminare Bin Laden e altri terroristi non elimina un'agenda, un modo di vita: l'uccisione dello sceicco Yassin non ha fermato Hamas, ne quello di Imad Mughniyeh gli hezbollah. Al Qaida, come oggi si vede per esempio nella mobilitazione del Sinai, si muove ormai per gruppi autonomi e non coordinati sfruttando le opportunità, spesso in aggressiva concorrenza l'uno con l'altro, autentiche franchising del terrore capaci di audaci alleanze. Anche Bin Laden stesso capì, così sostengono in molti, che, benché sciita, l'Iran era per lui sunnita un ottimo nascondiglio temporaneo.
Hezbollah, ormai molto presenti specie in Sud America, Hamas, organizzazioni palestinesi svariate della Jihad Islamica si aggregano e si distanziano da Al Qaida in base a progetti che diventano tanto più effettivi quanto più la confusione legata alle cosiddette primavere arabe permette nuovi movimenti, nuovi rapporti. Questa è l'altra grande variabile che ci indica che la guerra può oggi godere di segreti o aperti appoggi di chi in passato la osteggiava.
Per esempio, un nuovo governo egiziano potrebbe trovare conveniente aiutare una Fratellanza Islamica amica sua ma apertamente o segretamente belligerante contro l'Occidente. Sotto Mubarak l'Egitto non avrebbe mai lasciato che le organizzazioni terroriste sia locali, come la Fratellanza, sia di fuori, come Al Qaida e Hamas, avessero tanta possibilità di organizzazione e movimento sul suo territorio quanto ne hanno oggi.

Noi non abbiamo, letteralmente, la capacità culturale di tenere il terrorismo nella dovuta considerazione. La guerra ideologica dopo il secolo delle ideologie sanguinose ci suscita repulsione e ci induce a cercare la pace anche dove non ce n'è la possibilità.
Invece della guerra per il territorio, per le risorse, per odio nazionale, il terrore conduce una guerra contro l'idea stessa della civiltà occidentale e questo ci porta a pensare che il cedimento, la mano tesa possano ottenere un qualche accordo. La confusione nasce anche dalla dimensione teologica e confusa di una guerra che dovrebbe concludersi, una volta conquistato il mondo, con la fine dei tempi. La jihad non ci spiega bene i suoi progetti. Per gli sciiti, è previsto l'avvento del Mahdi in cui Ahmadinejad crede tanto da avere costruito le strutture fisiche per il suo avvento. Per Al Qaeda e i talibani c'è un grande centro nell'accerchiamento del nemico in Afghanistan e in Pakistan, e azioni di disturbo e copertura in altre aree geografiche anche lontane, a Londra, a Madrid, a Mumbai, chissà dove ancora. E poi, il califfato e la fine dei tempi. È una promessa di cui il mondo islamico soffre per primo, dato che è molto maggiore il numero dei morti musulmani in attentati dei nostri. Ma il terrorismo è un albero nero dalle mille foglie scosse ancora dal vento, che nessuno osiamo guardare mentre estende la sua ombra.