PÉREZ-REVERTE Epopea di un «hidalgo» inattuale

Forte senso dell’onore, dignità della sconfitta e visione del mondo premoderna: ecco i poteri di un soldato della scrittura

Da una decina d’anni siamo fedeli lettori di Arturo Pérez-Reverte. Un po’ perché coetanei, un po’ perché a lungo accomunati dallo stesso mestiere giornalistico, un po’ per i temi presenti nei suoi libri, lo sentiamo come una sorta di fratello spirituale. Più bravo, ma questa è un’altra storia...
L’editore Tropea manda ora il libreria L’ussaro, il suo esordio di romanziere, la Spagna della resistenza a Napoleone vista da un diciottenne cadetto di Francia al quale la guerra non porterà la gloria ma l’orrore, e lo fa mentre in patria esce El Pintor de las bataillas (ed. Alfaguarda), il conflitto dei Balcani rivissuto da un ex fotografo di guerra assediato dal proprio passato.
Da narratore Reverte ha altresì all’attivo un ciclo di romanzi storici che ruota intorno alla figura del seicentesco capitano di ventura Alatriste e una serie di bestseller che pur cambiando ogni volta situazioni, luoghi, personaggi, raccontano fondamentalmente la stessa storia. Quale essa sia lo spiegheremo più avanti, ma prima va detto che uno dei pregi della sua narrativa sta nella profondità e nella perfetta padronanza con cui è costruita. Che situi i suoi romanzi nel mondo della critica d’arte (La tavola fiamminga), del Vaticano e più generalmente della Chiesa cattolica (La pelle del tamburo), della marineria (La carta sferica), della bibliofilia (Il Club Dumas) sempre il lettore ha l’impressione di immergersi in un mondo del quale, tramite il suo autore, nulla gli viene celato, tutto gli è rivelato. Ciò dà ai suoi testi una vernice di verità e una ricchezza di contenuti quale raramente è dato trovare e il fatto che ogni volta Reverte cambi campo d’azione e reinventi quindi a ogni libro, come un artigiano che continuamente si mette alla prova, spiega anche la sua eccentricità in un genere letterario composito qual è quello che mischia il romanzo d’avventura alla spy story, al thriller e che solitamente si connota per la ripetitività.
Eppure, l’abbiamo detto all’inizio, per quanto cambi di secolo, di professione, di nazionalità, di sesso, il protagonista dei suoi romanzi è sempre lo stesso tipo umano e questo fa sì che inavvertitamente il lettore si ritrovi trasportato, pur nella totale differenza di trame e di luoghi, sempre da un unico flusso di emozioni, da un’idea della vita, da quella che in altri tempi si sarebbe chiamata una Weltanschauung, una visione del mondo. Tutto ciò instaura un elemento di familiarità, come ritrovare un vecchio amico sotto spoglie impensate, ovvero una sorta di affinità elettiva lì dove non te lo saresti mai aspettato. Ovviamente questo vale per chi in quella visione del mondo in qualche modo si riconosce, condizione primaria per poter apprezzare in pieno il romanzo che la ingloba, e tuttavia non esclusiva. Se ne può infatti fare anche astrazione, per impossibilità, o incapacità, riluttanza o rifiuto a comprenderla, e lasciarsi comunque catturare dalla storia in sé, che per la meticolosità, lo stile e l’intelligenza con cui è costruita, non delude mai le aspettative.
A noi però preme di più l’altro discorso e per spiegarlo meglio forse conviene partire dal ciclo del capitano Alatriste con cui il nostro autore costruì la sua carriera di scrittore. Alatriste è una sorta di bravo seicentesco, la Spagna di Quevedo e di Lope de Vega, ovvero la Spagna colta nel crinale in cui la grandezza è ormai un ricordo, la decadenza una realtà e la miseria l’unica futura certezza. Non è un caso che Reverte scelga questa epoca per il suo eroe: ciò che a lui interessa mettere in scena, infatti, è la dignità della sconfitta, è il senso dell’onore come ultima e unica risorsa, è il sentimento della amicizia e della fedeltà che lega fra loro i vinti, elementi tutti più difficili da mantenere proprio perché appartengono a persone che la storia ha messo ai margini, che la cronaca può deridere, che il potere può schiacciare, e proprio perciò tenacemente difesi e sempre rivendicati, il solo modo che rimane per poter continuare a guardarsi allo specchio e non doversi vergognare. Alatriste ha servito fedelmente il suo re, per lui ha combattuto e per lui è stato ferito, ma l’Impero ormai non brilla più, trionfano le carriere, gli affari e la corruzione e così per uomini del suo genere non c’è spazio, hanno fatto il loro tempo. Essendo un soldato il capitano però sa fare solo quello e quindi diventa una sorta di arma, spada o pistola, in vendita, un bravo appunto, ovvero un sicario, un mercenario. Solo che anche in questa riduzione da combattente ad assassino, egli cerca di mantenere un proprio codice di comportamento, un modo come un altro per sottrarsi al sentimento del tempo che incombe, al ruolo in cui lo si vorrebbe relegare. Non è un caso che Reverte scelga quell’epoca e quel mestiere per la figura uscita dalla sua immaginazione. Il soldato, il cavaliere, ovvero l’hidalgo, gli permette anche di incarnare un tipo umano che nella storia del suo Paese e dell’Europa in generale ha avuto, insieme con il monaco e il poeta, un ruolo e un peso considerevoli, ha rappresentato un modo d’essere, una civiltà. Ma lo situa nel momento in cui, spogliato di ogni luce di gloria e di vittoria gli aspetti puramente belluini, spesso e volentieri criminali nella ottusità con cui celebravano il culto della forza, vengono completamente alla luce e preparano ciò che nella successiva modernità toglierà alla guerra ogni riposta sacralità e al guerriero ogni possibile significato.
Tanto quella figura è emblematica della società del tempo, tanto essa, è ovvio, sarebbe oggi anacronistica. E tuttavia quella figura non è altro che una sorta di armatura, o di abito, che le coordinate storiche e geografiche consegnano a un modo di essere che è atemporale, che è sempre esistito e sempre esisterà. Per quanto sia psicologicamente difficile da spiegare, diremo che in essa si mischiano più elementi: insofferenza per il proprio tempo, consapevolezza di fare parte di una minoranza comunque sconfitta, fastidio per tutto ciò che sa di moda o di accettazione delle regole della maggioranza, coscienza della propria solitudine, ostinata difesa della propria individualità, orgoglio testardo nella affermazione delle proprie idee, un cinismo di fondo che ha però una sua stoica moralità. Uno scrittore che con Reverte ha molti punti in comune, Joseph Conrad, ha dato di questa figura una struggente interpretazione in un romanzo, Lord Jim: «Se ne va col suo cuore imperscrutabile e può ben darsi che, nel breve attimo del suo ultimo sguardo fermo e superbo, abbia veduto il volto di quell’occasione che gli si era messa al fianco tutta velata come una sposa orientale. Se ne va per celebrare spietate nozze con una vaga idealità di condotta. È soddisfatto adesso? Dovremmo saperlo: È uno di noi». «Uno di noi» è la frase che Conrad usa per delineare questo particolare tipo umano, perso e preso dietro alla «acuta coscienza dell’onore», l’onore smarrito, l’onore da ritrovare, l’onore da difendere. «Uno di noi» è appunto il capitano Alatriste ed è Lord Jim, «uno di noi» è padre Fort di La pelle del Tamburo o Manuel Coy di La carta sferica o Lucas Corvo del Club Dumas o anche l’Andrés Faulques di El Pintor de las bataillas... In tutti i suoi romanzi, insomma, Reverte dà voce a quello che probabilmente è anche un proprio stato di inquietudine, una sensazione di disagio esistenziale, e così allinea, via via, una straordinaria serie di perdenti che riescono però sempre a mantenere intatta la propria idealità, il proprio modo d’essere.
Quando diciamo «una straordinaria serie di perdenti» non ci riferiamo alla pura e semplice contabilità del dare e del ricevere, al successo di per sé, alla fortuna che può arridere o meno al protagonista. Il concetto è più sottile e ha a che fare, appunto, con quella visione del mondo intorno alla quale abbiamo continuato a muoverci cercando via via di definirla. Se la volessimo ridurre in una sola parola, potremmo dire che è premoderna. Sopportazione della fatica e del dolore, disprezzo per le comodità, senso dell’onore, abilità manuale, coraggio, rispetto della parola data sono tutti tratti distintivi di un’epoca che non è più la nostra e che rimandano a quando una società costruita in modo gerarchico e antiegualitario, e dove la democrazia di massa era inesistente, tesseva la sua ragnatela di rapporti sociali a petto delle individualità. Naturalmente, essere e/o sentirsi premoderni non significa preferire il cavallo al motore a scoppio: è sul senso da dare alla vita, sulle scelte esistenziali sul ruolo dell’agire umano che va fatta la misurazione. Ed è sulla impossibilità che questa misurazione sia soddisfacente che sta il discrimine fra chi vince e chi perde. Nel momento stesso in cui non ti riconosci nel tuo tempo e non fai nulla per modificare questo stato di cose, sei già condannato... Gli «eroi» di Reverte sono sempre soli perché di ciò che la società contemporanea vuole, non sanno che farsene. Non cercano il potere, il benessere, il successo, la visibilità: si accontenterebbero di essere lasciati in pace, saprebbero vivere con poco, gli basterebbe poter seguire le proprie inclinazioni. È la vita che gli si mette di traverso, e ciò accade perché gli altri si accorgono che loro sono di una pasta diversa, non parlano la stessa lingua, non si scaldano per le stesse cose. Gli altri pensano che si possa sempre e comunque trovare un accordo, e si scontrano invece con terribili testardaggini, pensano che tutto sia comprabile e trovano invece che qualcuno non ha prezzo...
Anche il libro più lontano da questa analisi, La regina del Sud, ci rientra invece perfettamente. Ambizioso intreccio di reportage e romanzo, la ricostruzione della vita reale di una signora del narcotraffico, racconta l’ascesa di Teresa Mendoza dalla miseria al potere. In apparenza è il ritratto di una che ha vinto e che è in sintonia con ciò che il mondo contemporaneo offre, popolarità, visibilità, consumo, denaro... E però è anch’essa una figura individualista e solitaria, già legata sentimentalmente a degli individualisti solitari come lei e destinati a soccombere, con un proprio codice comportamentale che va al di là delle contigenze e dei pro e contro. Dietro alle sue decisioni c’è una sorta di fedeltà alla memoria di chi non c’è più, più che una bramosia di potere e la consapevolezza che l’essere soli è un destino, più che una scelta o una condanna...
Ogni volta, del resto, che Reverte ambienta i suoi romanzi nella contemporaneità, il contrasto fra questo tipo umano e il proprio tempo si fa più stridente proprio perché l’inattualità del primo non trova più nel secondo alcun modello cui rifarsi, lo lascia nudo nei confronti di sé stesso, impreparato rispetto a ciò che lo circonda, sempre e comunque intento a costruirsi un rifugio fuori del quale chiudere il mondo, sempre e comunque con quel mondo costretto a misurarsi... Da questo punto di vista il nuovo El Pintor de las bataillas è la summa di un disagio esistenziale dove l’arte, la guerra e il caos del vivere si fronteggiano in un’epoca che nella perdita della memoria, e quindi della storia, ha la sua ragion d’essere...
Guardate quanto lontano può portare la semplice lettura dei romanzi di Reverte e ditemi poi se non è anche su questo che si giudica la grandezza di uno scrittore. Leggetelo: il minimo che si possa dire è che non vi annoierete.