PÉREZ-REVERTE

Ventuno anni da inviato di guerra per la stampa e per la Tv spagnola. Dal conflitto cipriota fino alle pulizie etniche nella ex Jugoslavia. Passando per un campionario completo di massacri africani o sudamericani. Poi Arturo Pérez-Reverte ha detto basta. E la narrativa, da gioco parallelo, si è trasformata in attività centrale ed esclusiva. Quasi venti romanzi, alcuni dei quali tradotti in pellicole cinematografiche. Tirature da capogiro in Spagna e successo planetario. Provvisto dell’«etichetta» di nuovo Dumas e versato soprattutto nei romanzi storici, da ultimo Pérez-Reverte ha scritto un libro un po’ diverso, Il pittore di battaglie, ora in uscita per il suo editore italiano, Marco Tropea (pagg. 284, euro 15).
Parlando con il Giornale, lo scrittore spagnolo ammette che in ogni suo romanzo c’è una dose di sé, ma forse «nel Pittore di battaglie la dose è maggiore». Il suo ultimo romanzo riallaccia temi personali sempre presenti nella sua opera, d’altronde «non si mette in un libro ciò che non si ha. Abbiamo uno zaino in spalla di libri letti e mondo vissuto. E quando lo si rovescia escono romanzi che, pur differenti nelle forme, appartengono a un territorio compatto personale».
Il motivo del maggior autobiografismo del Pittore di battaglie è presto spiegato. Vi si racconta la storia di Faulques, ex gigante tra i fotoreporter di guerra ritiratosi in un’antica torre di avvistamento in riva al Mediterraneo per dipingerne l’interno circolare. Un mural di venticinque metri di circonferenza che vuole ritrarre la guerra, tutte le guerre. Corruschi elmi di eroi omerici, cavalieri medievali, Ak-47, stupri, impiccagioni, duelli all’arma bianca mescolati in un continuum indistinto. Finché sulla soglia della torre si affaccia il croato Markovic. Protagonista di un celebre scatto di Faulques, Markovic ha ottenuto celebrità come eroe della sua fazione. Ma in virtù di questa fama i nemici gli hanno violentato la moglie per poi trucidarla con il figlioletto. Ora cerca un dialogo con il fotografo che ha «condannato» la sua famiglia. E cerca vendetta.
Lo sguardo dell’autore è disincantato e osserva la guerra come normalità connaturata all’uomo e al suo destino. Quasi una tragedia classica. Un riferimento all’antichità dichiarato da Pérez-Reverte, che rifiuta l’idea di aver scritto un libro disperato. «Chiunque conosca le radici culturali del mio romanzo capisce che è anche consolatorio. Io non sono Faulques, ma quando dovrò morire mi piacerebbe farlo con la serenità da antico romano che ne pervade la figura. Mio nonno mi diceva che i libri insegnano a pensare come un greco, lottare come un troiano e morire come un romano». E poi c’è il Mare Nostrum, vera casa di Pérez-Reverte: «Io sono un mediterraneo. E la disperazione di un mediterraneo non è quella di un “barbaro” tedesco o inglese. La nostra disperazione è anche consolazione. È impossibile disperarsi con novemila anni di cultura. A volte mi domando come i “barbari” del nord possano sopportare la disperazione. Non per nulla il pittore sta sul Mediterraneo che è una consolazione meravigliosa, perché permette di accettare il dolore e la morte. Un freddo mare del nord no».
Nel libro Faulques spiega che il suo intento è dipingere la foto che non è mai riuscito a scattare. Dunque l’ex giornalista Pérez-Reverte ha pensato questo romanzo per scrivere l’articolo che non gli è mai riuscito? Lui sorride al sillogismo. Poi lo corregge: «No, ho scritto l’articolo che nessuno aveva capito. Io lo avevo già scritto. Ero la star della Tv di guerra spagnola. E un giorno ho compreso che nessuno capiva niente». Una sensazione confermata in occasione dell’11 settembre 2001 e dello stupore generale davanti all’attacco alle Torri Gemelle. «Tutti dicevano: “Oddio, ma è impossibile!”. Ma è proprio questa parola, “impossibile”, la prova evidente che l’umanità è stupida. Da Troia alle Torri l’umanità non ha capito niente. E mi domando fino a che punto bisogna avere compassione per gli stupidi che con novemila anni di informazione alle spalle dicono: “È impossibile”».
Pérez-Reverte si è avvicinato alle sue convinzioni fin da piccino: «Non eravamo bambini politically correct e io una volta ho fatto cadere un fiammifero in un formicaio e ho osservato le reazioni: nessuna solidarietà tra le formiche. La casualità e le regole del caos fanno sì che cada un fiammifero nel formicaio. Le formiche dicono: “È impossibile!”. E poi ognuno per sé. L’uomo è una formica che si dà troppa importanza. La teoria occidentale della vita sacra, del progresso dell’uomo: questo è darsi troppa importanza. E ci si dimentica della nostra vulnerabilità e degli sbadigli dell’Universo». Sbadigli che significano morte. La guerra non è un’eccezione e Il pittore di battaglie vuol essere un libro sulla vita e non sulla guerra, per quanto questa sia in primissimo piano.
Spagna, guerra, dipinto: tre parole che fanno subito pensare al Guernica di Picasso. Ma Pérez-Reverte non la pensa così. «Picasso è immenso, ma se parliamo di pittori di battaglie no. Lui non ha mai vissuto la guerra. Gliel’hanno raccontata. E la sua guerra è demagogica. C’è più guerra in un angolo di tela di Goya o di Brueghel o nello sguardo di un cavaliere di Paolo Uccello che in tutto il Guernica. Ma la società di oggi preferisce un simbolo, un’icona mediatica, alla realtà».
Sguardo lucido e nero, quello di Pérez-Reverte, addolcito però da romana serenità e mediterranea consolazione. E un piglio narrativo che vola alto, scorrazzando nelle campagne della filosofia. Il suo non è un romanzo-guru con moraletta e fabula docet. È un libro di dubbi, non di risposte. Non ci sono le istruzioni per l’uso o lo schierarsi pro o contro la guerra. «Se io, con 21 anni di esperienza bellica, 55 anni di età, la barba sale e pepe e ventimila volumi nella mia biblioteca, scrivessi un libro etico, moraleggiante o di denuncia della guerra sarei un perfetto figlio di puttana, falso, demagogico, opportunista. Oppure un imbecille».