Pace e più democrazia La svolta di Addis Abeba

Il nuovo premier Abiy Ahmed scommette sulla ripresa chiudendo il contenzioso eritreo e aprendosi al mondo

Marco Valle

Dopo vent'anni la pace. Finalmente. Abiy Ahmed, dallo scorso 2 aprile nuovo premier dell'Etiopia, ha accettato il verdetto della commissione Onu incaricata di fissare le linee di frontiera con l'Eritrea e ha invitato ad Addis Abeba una delegazione di Asmara per chiudere ufficialmente ogni contenzioso. Termina così la lunghissima crisi che ha stremato e massacrato entrambi i Paesi. Tutto iniziò nel 1998 per il possesso di Badme, un posto sperduto a cavallo del vecchio confine coloniale italo-abissino. Per quel mucchio di sassi polverosi morirono, in uno scenario apocalittico che ricordava le scene della Grande Guerra, circa ottantamila soldati. Poi dal 2000 un cessate il fuoco provvisorio, interrotto da scontri sporadici quanto violenti. Negli anni l'interminabile vigilia d'armi ha consentito a Isaias Afewerki, il padre padrone dell'Eritrea di militarizzare l'intero Paese imponendo a tutti la leva permanente e drenando le poche risorse in armamenti. Da qui la fuga di massa dei giovani verso l'Europa.

Per l'Etiopia 104 milioni di abitanti per lo più poverissimi l'interminabile guardia sul confine nord-orientale è diventata sempre più onerosa. Un problema pesante che, inevitabilmente, si è sommato alla crisi economica e al montare delle proteste regionaliste, ormai al punto di trasformarsi in vere e proprie insurrezioni. Un clima incandescente che ha spaventato persino gli amici cinesi, i grandi alleati di Addis Abeba: con il degradarsi della situazione gli investitori di Pechino hanno sospeso o rinunciato a una serie d'importanti progetti e chiuso i rubinetti finanziari.

Al regime etiopico, ormai senza soldi e senza amici, non restava altra possibilità che invertire radicalmente le vecchie politiche e affidarsi ad Abiy Ahmed, il 42enne semisconosciuto (almeno per il grande pubblico) ministro della Scienza e della Tecnologia con un passato nell'Intelligence. Una scelta, al momento, vincente. Ahmed ha annunciato cambiamenti forti, degli elettrochoc interni ed esterni; da subito ha tolto lo stato d'emergenza, liberato gli oppositori, liberalizzato l'economia, rinnovato i vertici militari. Non tutti però, come dimostra l'attentato dello scorso 23 giugno, apprezzano il nuovo corso: durante un comizio del leader, una granata ha fatto una vittima e 150 feriti.

Ma il presidente tira dritto. Convinto che la pace esterna sia garanzia di quella interna non solo ha aperto ai fratelli-nemici eritrei ma pochi giorni dopo è volato al Cairo per incontrare il ferrigno presidente Abdel Fattah al-Sisi. Una visita non di routine. Dai tempi dei faraoni, l'Egitto è il nemico ereditario degli abissini e dal 2017 è il miglior sostenitore dell'Eritrea: al largo di Massaua la marina egiziana incrocia regolarmente mentre consiglieri militari stanno riorganizzando le assai provate forze armate di Afewerki.

Sotto le piramidi il premier etiope non ha perso tempo in lungaggini diplomatiche per proporre un accordo strategico: lo sfruttamento comune delle acque del Nilo. Sul tavolo il futuro della grande diga di Guba un'opera gigantesca che controllerà i flussi del Nilo Blu ; lo sbarramento doveva segnare la primazia etiopica sul grande fiume ed è (o era?) l'incubo di sudanesi ed egiziani. Ma i lavori da tempo sono bloccati per mancanza di fondi.

Nella conferenza stampa congiunta con al-Sisi, Abiy Ahmed ha annunciato (parlando in arabo): «Sono venuto per garantire la nostra intenzione di non voler solo preservare la quota egiziana delle acque del fiume, ma persino d'aumentarla... Cospirare gli uni contro gli altri non porta a nulla. Dobbiamo risolvere tutti i nostri problemi con la concertazione».

Guda diventerà, dunque, il sigillo della nuova, inedita alleanza. Ma i soldi? Arriveranno dai sauditi e dagli emirati. Tutta l'operazione un raffinato gioco di grande politica è infatti gestita con pragmatismo dal principe Mohammed bin Salman, il nuovo padrone di Ryad. Non a caso, già all'indomani della sua nomina, il neo-premier etiope era nella capitale saudita per incontrare l'erede al trono. Per le rispettive diplomazie, da tempo dialoganti, la chiusura del cerchio. Recuperare l'Etiopia assieme all'Eritrea, il Sudan e Gibuti al campo sunnita-saudita per creare un nuovo arco d'alleanze dal Mar Rosso all'Oceano Indiano, è parte importante del disegno della monarchia dei Saud, oggi impegnata in un confronto durissimo con l'Iran e il mondo sciita per il controllo del Golfo Persico e del Mar Rosso. A preoccupare maggiormente è l'infinita guerra nello Yemen, ma Ryad guarda con altrettanta preoccupazione le manovre di Turchia e Qatar in Sudan e in Somalia. Troppi nemici e pochi alleati. Promuovere la pace del Corno d'Africa, allineando i nuovi partners nelle proprie logiche, è quindi urgente. Il tutto con il benestare degli Stati Uniti e quello molto discreto d'Israele, ben lieti di porre altri antemurali a Teheran e rintuzzare gli invasivi cinesi.

Per gli africani è un buon affare. Per più ragioni. Il sostegno dei sauditi dovrebbe permettere ad Addis Abeba di superare la pesante crisi le riserve di valuta sono praticamente esaurite e rilanciare gli ambiziosi piani infrastrutturali, tra tutti la partecipazione alla realizzazione del nuovo porto di Lamu, sulla costa del Kenya. Per l'Etiopia un nuovo sbocco al mare da alternare all'intasata Gibuti, a Berbera (capitale del Somaliland, la regione separatista somala) e al troppo distante Port Sudan. Per di più una forte ripresa economica permetterebbe ad Abiy Ahmed di stabilizzare il suo potere e intraprendere il processo di democratizzazione del Paese.

Resta una domanda. Qualcuno a Roma si è interessato ai cambiamenti in corso nell'antica Africa Orientale Italiana? Non ci risulta. Passano gli anni, cambiano i governi ma per l'Italia la politica estera rimane un argomento secondario.