Pacs, coscienze in crisi nell’Unione

Federico Guiglia

Anche se hanno anestetizzato le parole, anche se l’Unione non ha detto Pacs al Pacs, i cattolici nel centrosinistra già diffidano sulle cosiddette questioni di coscienza. Come se l’intervento del Papa sui «valori non negoziabili» avesse spalancato la breccia aperta da tempo: dal diritto alla vita all’eutanasia, alla famiglia, all’educazione dei figli. Ma, su tutto, pesa l’incognita del «riconoscimento giuridico di diritti, prerogative e facoltà alle persone che fanno parte delle unioni di fatto», com’è spiegato nel programma del Professor Prodi. E «al fine di definire natura e qualità di un’unione di fatto, non è dirimente il genere dei conviventi né il loro orientamento sessuale». Dunque, non si fa testuale riferimento ai «patti civili di solidarietà». Ma come ha osservato in una recente intervista Giuliano Amato, dottor sottile che più sottile non si può, è ragionevole interpretare quella proposta come un progetto ben oltre gli stessi Pacs. Tant’è che, per controbilanciare la possibile svolta laicista, candidati della Margherita come Luigi Bobba, presidente uscente delle Acli, rassicurano i loro elettori addirittura per iscritto: tranquilli, nei prossimi cinque anni il Pacs «non passerà».
Ma questo come tutti gli altri temi «di coscienza» determina una paradossale situazione nel centrosinistra: pur essendo problemi non di natura ideologica e sui quali dovrebbe regnare il personale «diritto al dissenso», nessun leader progressista ha una posizione diversa rispetto alla linea «politica» scelta dal centrosinistra. Diversa, non nel senso di proclamarla «a titolo personale» ma con nessun effetto politico; diversa, nel significato di essere disposti a far pesare in sede politica e istituzionale quest’eventuale obiezione di principio. Per esempio nessun leader di sinistra è pronto a battersi per rendere più rigorosa la legislazione sull’aborto, pur essendo tutti «consapevoli» - così ripetono - del dramma che quel fenomeno rappresenta. Fino a che punto, allora, la sinistra accetta di legittimare politicamente l’obiezione di coscienza? Che accadrebbe se un gruppo di parlamentari progressisti condividesse i timori dei cattolici nell’Unione e proponesse, poniamo, modifiche alla legge 194 sull’«interruzione della gravidanza»?
Chissà che una piccola lezione da un piccolo Paese possa insegnare anche alla sinistra italiana che dissente, se dissente, a passare dalle intenzioni ai fatti. Nella Repubblica Orientale dell’Uruguay il Parlamento sta esaminando una proposta per depenalizzare la vecchia legge sull’aborto, che consente la possibilità di interrompere una gravidanza solo nel caso in cui la donna sia in pericolo di vita o abbia subìto violenza. Il nuovo testo in discussione, sostenuto dalla maggioranza di centrosinistra (anzi, di sinistra-centro, perché include tutte le più radicali componenti come gli ex guerriglieri del movimento «tupamaro»), punta a consentire la facoltà d’abortire entro i primi tre mesi di gravidanza. Ma il presidente della Repubblica di quel sistema presidenziale ha ammonito: se passa il diritto all’aborto, lui pone il veto.
Lui è il popolarissimo e votatissimo Tabaré Vázquez, uomo di sinistra da sempre, ma oncologo che non rinuncia alle convinzioni personali e di vita, a costo di scontrarsi con la sua stessa parte politica (e con l’opinione pubblica e laica che alla sua coalizione si richiama). Insomma, il progressista Vázquez non si limita a declamare, non si riduce a «confessare» magari in un faccia a faccia in tv che, nell’animo del medico, ha una posizione differente in confronto agli alleati: dichiara d’essere pronto, all’occorrenza, anche a farla politicamente valere in Parlamento.
Qui invece siamo ai Pacs che guai a chiamarli Pacs, siamo all’obiezione di coscienza molto rivendicata ma di nessuna rilevanza politica. Qui siamo al conflitto parolaio e anacronistico cattolici/laici, al massimo. In attesa che i laici si liberino dal bigottismo ideologico che li condiziona come dei devoti senza voto.
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