PAESAGGIO La bellezza che abbiamo perduto

Che cos’è oggi la natura? Un bene che quasi più nessuno conosce. E il paesaggio? Una strana mistura di bello e di brutto, un’accozzaglia confusa di vecchio e di nuovo. Dove sono i giardini fioriti che nascondono le case, le vie fitte di verde, le città dai palazzi armonici o le campagne soleggiate e ridenti? E i mari, tempestosi o calmi, raggiungibili senza il filtro di cabine e ombrelloni? Non ci sono più. Per rivederli, bisogna tornare indietro, al Settecento, Ottocento, sino ai primi vent’anni del Novecento, quando l’acqua era limpida, la neve bianca, i ruscelli rumorosi, il mare profumato, i gerani in fiore, gli alberi grandi e protettivi. Fiorivano rose e ninfee, oleandri e ciliegi e le case vi si nascondevano dentro, con i loro colori pastello.
La Casa tra le rose di Monet, ad esempio, del 1925-1926, è quasi impercettibile dentro i cespugli fioriti. Le Rovine lungo la costa di Joseph Mallord William Turner, del 1828 circa, si stagliano lungo un mare brumoso e solitario, inimmaginabile ai nostri giorni. La Rue Saint-Honoré in una mattina di sole di Camille Pissarro racconta la bellezza di una città nel 1898. Una Parigi vivace ed elegante, piena di gente e carrozze, i palazzi in fila come alveari preziosi.
I duecentottantacinque dipinti in mostra al Museo di Santa Giulia di Brescia, prestati da venti Paesi del mondo, in gran parte mai esposti in Italia, offrono un panorama sorprendente del paesaggio europeo, inglese e francese in particolare, dal tardo Settecento al primo Novecento. Ma l’intento è più ambizioso: ripercorrere tutta la storia del paesaggio «moderno». Un altro capitolo della vicenda impressionista, che Marco Goldin scava e riscava, ripercorsa questa volta nelle sue radici inglesi e seguita attraverso tutte le declinazioni dei suoi abili protagonisti, piccoli e grandi.
Cinque le sezioni: «Constable e Turner», la prima, racconta con cinquanta dipinti dei due grandi pittori inglesi la nuova interpretazione del paesaggio all’inizio dell’Ottocento. Per Turner, presente con venti opere, alcune inedite, la natura doveva essere rappresentata pura e inalterata, nella sua infinita grandiosità. In questo senso avrebbe influenzato Monet. John Constable mirava alla resa delle atmosfere naturali, colte direttamente nel loro continuo mutare, come in quegli Studi di nuvole, sempre cangianti. Fornirà così un modello di metodo per la scuola francese di Barbizon.
La seconda sezione illustra la trasformazione del paesaggio francese, da fondale scenografico, in scene sacre e mitologiche, in una natura studiata dal vero e sempre più dominante. Esempi? Il Paesaggio con Narciso che si specchia nell’acqua di Pierre-Henri de Valenciennnes, del 1792-1793 o Il verziere di Corot del 1840 circa. In essi gli episodi del mito, cari all’Accademia, sono ormai solo accessori rispetto agli ampi paesaggi naturali, veri protagonisti.
Le due sezioni sono la premessa alla terza con i pittori di Barbizon e i primi impressionisti. Con la scuola di Barbizon avviene la drastica rottura col passato. L’esplorazione delle foreste dei dintorni di Parigi, di Fontainebleau e Barbizon, ha infatti come conseguenza la sparizione della natura pittoresca e idealizzata a favore di quella colta dal vero. Tra il 1830 e il 1840 i fiumi e le campagne dipinti da Courbet, Corot e Daubigny appaiono nella loro affascinante realtà e fanno scuola a pittori più giovani come Monet, Sisley e Pissarro, che scoprono e valorizzano luce e valori atmosferici.
Nasce così l’impressionismo. La quarta sezione con centocinquanta dipinti presenta i vari tipi di «paesaggi» elaborati, dal 1870 al primo decennio del Novecento, da pittori impressionisti, che testimoniano come una stessa veduta possa trasformarsi in miriadi di visioni a seconda della sensibilità di ciascun artista, dei vari momenti del giorno e della sera, e delle stagioni: ecco la serie dei Disgeli, delle Vedute della Senna o di Parigi e dintorni. Tutto è luce, movimento, scintillio.
Il percorso continua nelle varie interpretazioni della natura da parte di artisti di fine Ottocento come Van Gogh, Gauguin, Cézanne, per concludersi nella quinta sezione, dedicata al «giardino», ricca di capolavori. Una natura coltivata, che vibra oltre le siepi, per diventare infinita: dagli Oleandri di Bazille del 1867, stagliati contro uno spicchio di cielo azzurro al Bacino delle ninfee e ai Glicini di Monet, che sono ormai fusioni di luce nello spazio, grandiose e quasi astratte, curiosamente vicine quelle di Turner e Constable di un secolo prima.
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LA MOSTRA
Turner e gli impressionisti. La grande storia del paesaggio moderno in Europa, Brescia, Museo di Santa Giulia, fino al 25 marzo