Il Paese dei resistenti a internet Elogio dell’Italia a banda lenta

Metà dei connazionali ignora la rete, come 10 anni fa. E chi preferisce i libri ai siti o le lettere alle mail, ha meno stress e più tempo per sé<br />

Una decina di anni fa, quando per Il Giornale feci un’inchiesta su «L’idea anticonformista e la modernità», la geografia dei siti Internet era under quaranta, spalmata sulle grandi zone urbane e sulle regioni dotate di una consolidata struttura industriale, fenomeno e strumento elitario di relativa incidenza sociale e politica. Da allora a oggi le cose non sono molto cambiate e il fatto che metà degli italiani, come appare ora dai dati resi noti, non sia un popolo di «navigatori della Rete» lo dice con la fredda realtà dei numeri. Sul perché si potrebbero dare molte spiegazioni, alcune tecniche, altre economiche e sociali, altre ancora generazionali, tutte plausibili e condivisibili, nonché sul persistere di un’Italia sotterranea e profonda, più provinciale che internazionale, moderna nella facciata, ma arcaica nei sentimenti, di cui spesso noi giornalisti tendiamo a dimenticarci persi e presi a inseguire l’attimo fuggente dell’attualità.
Apparentemente, dunque, in questo decennio il panorama non è mutato, eppure, se si va più a fondo mi sembra che per molti versi Internet sia stata un’occasione perduta, oppure un’occasione sprecata, la trasformazione di uno straordinario elemento di libertà in un qualcosa che sta fra il business, l’elettrodomestico e il passatempo...

A lungo mi sono illuso che questo strumento sarebbe piaciuto a Ernst Jünger, lo scrittore tedesco che nel secolo scorso ha meglio incarnato le pericolose seduzioni dell’anima faustiana occidentale, l’ascesa e il dominio della civiltà delle macchine, i rischi di un anti-umanismo. Lo pensavo perché mi sembrava la tecnica portata alla sofisticazione più estrema, la libertà elevata alla massima potenza. Strumento individuale, era un moltiplicatore aristocratico di democrazia, anarchico, rimandava a quella figura dell’Anarca, da lui teorizzata in un romanzo che si chiamava Eumeswill: il signore della forma, ostile alla demonia dell’economia, alla tirannia della scienza e della maggioranza. Gli adepti della «rete», insomma, come «gentiluomini telematici e vagabondi digitali. Hanno di fronte a loro la foresta ma non possono non dirsi mondani», secondo la bella definizione del sociologo Rino Germano.

La rivoluzione di Internet consisteva nel mettere sullo stesso piano, al più basso costo, tutte le idee come fosse un agorà telematica, una piazza della democrazia elettronica. Oppure, in una visione «rinascimentale», il massimo della modernità al servizio dell’intelligenza e della volontà di conoscenza umana, il massimo della libertà individuale in alternativa ai dogmi e alle chiese ricevute, il massimo del trasversalismo in un’epoca e in una società che vorrebbero cristallizzare le scelte e negare le opzioni.

Nel tempo queste possibilità sono andate sbiadendosi, da un lato in un accumulo illimitato di informazioni e di comunicazione dove navigando senza poter selezionare ciò che veramente interessava, si perdeva la rotta, dall’altro nella sua trasformazione in mezzo di servizio, utile, certo, ma non fondamentale e persino farraginoso. In più la «rete» si è fatta sfogatoio, mugugno, frustrazione, dove il confronto è quasi sempre scontro, lo scambio di opinioni è spesso scambio di insulti, più che dialoghi ci sono monologhi che si fronteggiano, più che democrazia c’è demagogia.

Anche lo straordinario successo, specie fra i ragazzi, di Internet come «piazza conviviale» lascia perplessi. È sicuramente uno strumento in più, ma l’impressione è che sia anche una moda in più, il fascino di una novità telematica, la videoconferenza applicata all’adolescenza, il face-book che prende il posto della compagnia scolastica, il virtuale che si sostituisce al reale. È un passo avanti?
Tutto questo il cinquanta per cento degli italiani che non usano Internet lo ignora, e non credo vivano peggio. Continuano a telefonarsi e magari a scriversi, se debbono prenotare un viaggio vanno in un’agenzia, se vogliono vedere un amico gli suonano alla porta, eccetera. Quelli che appartengono al ceto medio intellettuale sanno che una buona libreria di casa risolve gran parte dei loro dubbi e delle loro esigenze, e se non basta si rivolgono a chi ne sa più di loro. Può anche darsi che siano in controtendenza e generazionalmente parlando destinati a essere soppiantati nell’arco dei prossimi decenni, ma emana dalla loro condizione un apparente «elogio della lentezza» che è invece una salutare forma di civiltà.

È una specie di resistenza passiva alla velocizzazione della vita, una velocizzazione che non si sa bene dove porti e, soprattutto, a che cosa serva, se non alla moltiplicazione di impegni e di doveri, a una sottrazione del tempo dedicato a sé stessi, alla contemplazione, all’otium etimologicamente e rettamente inteso. Per molti versi sono loro gli happy few, i pochi felici in grado di ritagliarsi ancora nuovi paradisi fuori dalla corsa vertiginosa della produzione, nel nome di un tempo ritrovato, di una, ancora, «lentezza del vivere», di un ritmo lavorativo meno stressante e assoluto, di un edonismo asciutto e disincantato, sempre più liberi da tutti gli orpelli dell’accumulo, sorretti da ciò che ai forzati del progresso e del benessere è invece negato: la memoria di come si era prima della Grande mutazione, quando il Paese non era sconciato, quando un libro non era un oggetto, quando la scoperta di un luogo era ancora un privilegio. Invece di interconnettersi, varrebbe la pena ascoltarli.