Il paese dove si continua ad andare a caccia di streghe

Nel '700 fu teatro del più grande processo d'Italia contro le fattucchiere. Che oggi sono diventate un business

Oggi caccia alle streghe è solo un modo di dire. Ma a Triora, paesino di poco più di 300 anime arroccato nella Valle Argentina in provincia di Imperia, quella caccia fu drammaticamente vera, la più grande che l'Italia ricordi. Per questo è chiamato «il paese delle streghe» tanto che ogni anno ci sono eventi che ricordano quei tragici fatti, come «Strigòra», una parola composta da streghe e Triora, che vuole rivalutare la figura delle povere streghe, ingiustamente condannate.

Ma vediamo cosa successe in quel tragico 1587. Triora era un borgo fortificato al centro di intensi traffici commerciali tra il Piemonte, la costa e la vicinissima Francia. Da circa due anni, il comune soffriva a causa di una terribile carestia: oggi è risaputo che questo periodo di magra probabilmente era stato in parte determinato da una manovra economica dei proprietari terrieri, ma il popolo tentò comunque di individuare un capro espiatorio, sicché alcune donne del villaggio vennero accusate di stregoneria e d'infanticidio. Nell'ottobre del 1587 il Parlamento locale, in una seduta, chiese alle autorità civili e religiose di intervenire. Durante la celebrazione della messa, al momento della predica, il sacerdote chiese ai parrocchiani di denunciare le streghe. Vennero così arrestate venti donne che, a causa delle denunce estorte con torture, divennero presto trenta. In pochissimo tempo avvennero le prime morti: Isotta Stella, una sessantenne di nobile famiglia, morì per le torture subite, un'altra si gettò dalla finestra. Le accuse rivolte alle sospettate furono: reato contro Dio, commercio con il demonio, omicidio di donne e bambini. Ricominciarono interrogatori e supplizi, cui erano sottoposti quasi sempre degli innocenti.

Questa persecuzione si estese anche ai paesi vicini come Castel Vittorio e Sanremo, ove ebbero inizio altre cacce alle streghe. Venne chiesto il supplizio del rogo per quattro donne, il governo però tentennò. Poco prima dell'esecuzione della condanna arrivò il Padre Inquisitore di Genova ( unico rappresentante dell'Inquisizione di Roma e con il potere di giudicare i fatti e i crimini inerenti alla stregoneria) e le condannate vennero inviate a Genova. Poco dopo il doge genovese Davide Vacca inoltrò al Santo Uffizio due richieste di mettere fine al processo. Finalmente, al 23 aprile del 1589 il tragico processo alle streghe venne terminato. Non si sa esattamente che fine abbiano fatto le donne incarcerate a Genova ma è probabile che - come sostenuto da alcuni storici - furono lasciate libere .

Le streghe sono ancora oggi il leit-motiv di Triosa. Ecco allora Lagodégnu, fuori delle mura, memorabile ritrovo di streghe: una località dove si trova un piccolo lago formato dalla cascata del rio Grugnarolo che s'immette nel torrente Argentina. Non lontano c'è Ciàn der préve, un prato vicino al ponte medievale di Mauta. Altro luogo interessante è il pubblico lavatoio della Noce e la fontana di Campomavùe. Il noce è importante perché indicato come l'albero prediletto delle streghe. Luogo, dunque, caratterizzato dalla presenza dell'acqua alla quale sono attribuite proprietà terapeutiche, depurative e diuretiche. Secondo la leggenda tali caratteristiche sono state date alle acque dalle streghe.

La fontana di Campomavùe è un bellissimo manufatto costituito da un arco di pietra e da una vasca e si trova fuori da un'abitazione. La più importante è la Cabotina. Si trova fuori dalle mura ed era la zona più povera. Qui si sarebbero svolti i convegni notturni delle streghe, le quali avrebbero giocato a palla con bambini in fasce, palleggiandoseli da un albero all'altro fra quei radi albero di noce. Attualmente è uno dei luoghi più famosi di Triora. È probabile che qui vivessero donne sole, prostitute, contadine le quali furono tra le prime a essere coinvolte nel processo.

Oltre a Triora, l'Italia è costellata da paesi delle streghe. Come Rifreddo, centro della provincia di Cuneo, così chiamato in virtù di un documento risalente addirittura al 1075 in cui veniva definito Rivus Frigidus («Fiume freddo»), sorge sulle pendici del monte Bracco e ospitò un processo alle streghe nel 1495 e il Comune ancora oggi ne custodisce i verbali. Le notti di «Terrore nel Borgo» (un percorso teatrale tra le buie stradine di Rifreddo) sono diventate uno dei principali eventi della programmazione turistica cuneese.

C'è poi Calcata, che dista meno di 50 km da Roma (è in provincia di Viterbo). Arroccato su una montagna di tufo, questo borgo che domina la valle del fiume Treja è piuttosto inaccessibile: da Calcata nuova si può raggiungere solo a piedi, un dettaglio che può aver contribuito a costruire la sua fama. Le case qui sono di colore bruno, lo stesso della roccia tufacea in cui affondano le loro fondamenta (di fatto sembrano un'estensione naturale del colle) e la particolare posizione fa «suonare» il vento, che somiglia appunto al canto di qualche strana fattucchiera.

Attenzione poi ad alcuni castelli. Quello di San Giorgio Canavese (Torino), che ha anche ospitato «Elisa di Rivombrosa», si narra sia infestato dallo spirito di una ragazza il cui nome non può nemmeno essere pronunciato, quello di Malpaga (Bergamo) da un nobile ucciso nel 500 perché innamorato segretamente della castellana. Gettato nel pozzo, da allora si aggirerebbe in maniera discreta e silenziosa per il maniero. A Salsomaggiore Terme (Parma) c'è invece il castello di Scipione, interamente visitabile e che comprende segrete, prigioni quattrocentesche e zone misteriose sin dal nome (Sala delle Armi, Salottino del Diavolo, Sale dell'Ala Nord).

Infine c'è Cimego, un comune che addirittura non esiste più. Dal 1° gennaio 2016, infatti, questo villaggio della trentina Valle del Chiese, è confluito con altre frazioni nel nuovo comune di Borgo Chiese. Qui (in particolare nel borgo di Quartinago che conta 25 abitanti) nel periodo natalizio da sempre si organizzano feste che somigliano a sabba dove si balla intorno ai fuochi.