Le pagelle dei giocatori dell'Inter campione d'Italia

Da "Matrix" Materazzi al "Genio" Ibrahimovic. La performance di tutti i giocatori dell'Inter nelle pagelle di Riccardo Signori

Julio Cesar: 7,5 - Per tutto l’anno si è occupato di tener allegra la compagnia. E qualche volta in ansia. È stato portiere con le molle nei tiri ravvicinati. Con gli occhi languidi quando gli avversari calciavano le punizioni. È stato quello il suo punto debole in una annata in cui ha dimostrato di valere il posto da titolare, ed ha ampiamente vinto la rivalità cittadina e in nazionale con Dida. A suo merito l’aver saputo riscattare qualche parata scriteriata, qualche svolazzo da acchiappa fantasmi: nei momenti difficili ha rispolverato i riflessi da gattone, il fiuto da portiere di prima scelta, ha dato un pizzico di solidità in più alla difesa e alle sue crepe. E qualche volta si è meritato anche l’occhio benevolo dello stellone.

Maicon: 8 - Se Cafu era un pendolino, questo è un Mirage. Il ritorno del terzino volante, bello, fisicamente maestoso, con il fiuto del gol e una prepotenza di gioco che lo fa decollare dalle sue linee proprio come fosse innescato da un turbo. La novità e la conferma più intrigante dell’Inter, una sorpresa per tutta la serie A. Una scommessa vinta da Mancini che ci ha puntato forte: lo aveva visto e rivisto nel campionato francese, ma non sapeva come se la sarebbe cavata al primo impatto con il campionato nostro. Tarzan è arrivato in punta di piedi, ha cercato di capire e studiare, poi ha lanciato l’urlo. Gli manca ancora qualcosa nella fase difensiva, ma i miglioramenti non sono mancati.

Burdisso: 7,5 - Lo chiameranno testina d’oro. Una volta c’era Puricelli al Milan, ora l’Inter ha scoperto il suo alter ego. Implacabile colpitore di testa, con gol annessi. Già, ma lui gioca in difesa. Onore al merito alla capacità di interpretarne ogni ruolo: destra, sinistra, centro. Un po’ Fregoli e un po’ fregato dall’impossibilità di trovare un posto fisso. Ha dimostrato di essere un titolare aggiunto, ha giocato partite d’alto livello e qualche volta siè concesso le sbandate dovute all’impiego saltuario. Tignoso e perfin nervoso. Parliamo di campionato e non di Champions, dove i nervi hanno fatto danni. È stato difensore vecchio stile con quel pizzico di classe dovuta all’influenza della madrepatria.

Cordoba: 7,5 - Ercolino sempre in piedi della compagnia. Cattiveria dice che i suoi prepotenti recuperi, gli sprint che hanno fatto grande lui e salvato spesso difensori e cuori nerazzurri, siano dovuti a qualche difetto di piazzamento. Se ci sono stati, pocoimporta: ha rimediato bene. Siè guadagnato i voti della stima e della bravura. D’accordo, i suoi piedi sembrano di gesso, ma non si può essere perfetti. Pareva destinato ad una lenta eclissi. Invece l’annata gli ha restituito il maltolto di anni perduti. È il giocatore che Mancini non avrebbe mai tolto per permettere agli altri qualche errore. Gli altri sbagliano, lui corre a rimediare. E forse non è un caso che gli errori suoi sono stati più decisivi di quelli d’altri. Nessuno poteva rimediare.

Samuel: 6,5 - Si può dare di più e si può fare di più. Annata da brindisi con l’amarognolo nel retrogusto: troppi infortuni e qualche panchina indigesta. Vittima di una teoria di Mancini, che non ama accoppiare nel centro della difesa due giocatori mancini (ovviamente con la minuscola), e di qualche colpo a vuoto nei momentitop. The wall, il muro, che poi è il suo soprannome, ha subito qualche incrinatura, ma è stato un riferimento sicuro proprio nelle situazioni più critiche. Chiamato a risolvere mischie, ad opporsi con la grinta carogna davanti ai pericoli al limite d’area, ha ripagato il prezzo della fama. Forse non quello dell’acquisto. Ma qui c’entra anche l’effetto Materazzi che è stato più gigante di lui, non solo in altezza.

Materazzi: 9,5 - Un giorno dovrà ringraziare Zidane e tutti quelli che... gli hanno tirato contro. Sono riusciti nell’intento di farlo diventare grande. Grande difensore, ovvero sicuro, più riflessivo, meno avventuroso, l’uomo che mette limite agli altri e quasi mai a se stesso: nel bene e qualche volta ancora nel male. Il successo nel campionato del mondo ha restituito il Materazzi che non t’aspetti, il miglior difensore d’Italia e uno dei migliori del mondo. Il fratello di quell’altro che aveva dentro di sé il seme di una dimensione diversa, ma poi si perdeva nelle fesserie e nelle entrate a gamba tesa. È stato radar e luce della difesa e della squadra. L’uomo che ha fatto sentire tutti più tranquilli: compagni, tifosi e fors’anche se stesso.

Maxwell: 7 - Il nome, Maxwell Scherrer Cabelino Andrade, è lungo quanto la fascia che deve percorrere.Matutto è molto armonico come il suo modo di giocare. Maxwell si è guadagnato credibilità, meriti, posto da titolare, apprezzamenti e simpatia cammin facendo. È partito da molto lontano: un infortunio al ginocchio, una lunga rigenerazione, una scommessa fatta dall’Inter sulla bravura non intaccata dall’assenza. Quando si presentò a San Siro, per la primada titolare contro il Catania, sfiorò il patetico. Mancini lo rimise in naftalina per un po’, ma quando Maxwell ricomparve mise la freccia di sorpasso alle ambizioni di Grosso e divenne il conte Max: elegante, bravo, piede fino e intelligenza tattica garantiti.

Grosso: 5,5 - Campione del mondo,ma non campione dello scudetto. In ogni bella storia che si rispetti c’è sempre un pulcino nero della compagnia. Grosso si è accollato la parte. Certamente non ha gradito e non gradirà, ma quello arrivato a Milano è il gemello sbagliato del giocatore visto nel mondiale ed anche di quello che scorrazzava sulla fascia del Palermo. Annata da comprimario senza scatti d’orgoglio. Non a caso è alto il rapporto presenze-sostituzioni subite. Talvolta vincere fa male alla testa più che ai muscoli. È finito in panchina, pensando:ma io ho vinto il mondiale. Un peso proprio grosso per la psiche. E tanto lo ha tradito: troppe partite con aria svagata. Ci sarà tempo per riflettere e riscattarsi.

Solari: 6,5 - È stato uno dei panchinari più assidui e non deve essere una gran soddisfazione. Ma non si è negato la capacità di mettere l’impronta sua sullo scudetto. È capitato nella partita tra le più difficili giocate dall’Inter: match d’andata a Palermo, quando Mancini lo mise dietro le punte per andare a togliere spazio e creatività a Corini. Operazione brillantemente compiuta e con quel successo la squadra prese il volo. Ha il pregio di entrare in partita, subito e senza tanto guardarsi intorno. Lo chiamano «el indiecito» per quel suo profilo indiano e per quel guizzare in campo come un indiano pronto a nascondersi e sbucare fuori da un cespuglio all’altro. Così ha giocato e tanto ha meritato.

Zanetti: 9 - Da mettere in cornice come quei capitani del tempo antico. Annata di straordinaria bellezza. Alla continuità, quest’anno ha aggiuntoutilitàe scarna sostanza nel gioco: determinanti per il salto di qualità globale. Mancini gli ha trovato il ruolo per esaltare capacità che favorissero il giocare dei compagni. Posizionato sulla sinistra del centrocampo, non più costretto a lunghe corse sulla fascia, pronto a cedere palla al compagno più vicino,attento nella copertura, difficile sradicargli palla da piede, utile nei suoi slalom ad alleggerire la pressione sui compagni o ad intimorire gli avversari. L’uomo che supera tutti nei minuti giocati, il fedelissimo che più di tutti meritava di vedere premiata la sua storia nerazzurra.

Gonzalez: 6 - Una volta sarebbe stato definito oggetto misterioso. Oggi, nel calcio in cui c’è bisogno di tanti anche se giocano poco, è un jolly diligente e silenzioso. Eppure le qualità ci sono, non a caso questo argentino proveniente dal Palermo, dove aveva un buon curriculum di partite, ha vinto anche le Olimpiadi 2004 con la nazionale. La media minuti lo mette in fondo alla classifica dei giocatori utilizzati, e fra i primi panchinari. Ha cercato di regalare qualità, con repertorio da mezza punta che sa rimboccarsi le maniche. In fondo un calciatore fortunato: arrivato all’Inter nell’era dei giganti dal fisico bestiale, si è fatto largo a colpi di spillo. Ed ha vinto uno scudetto che tanti, nel passato, hanno solo maledetto.

Vieira: 7,5 - Bronzo un po’ troppo fragile di questa Inter dal fisico bestiale. Ha dato consistenza e credibilità al gioco. Si è inserito con il passo del gattone, ha costruito partita dopopartita la solidità del centrocampo, ha dimostrato che gli assenti hanno sempre ragionedi venir rimpianti. Con personalità e fisicità ha contribuito a rendere la squadra sostanziosa e senza paura, peccato per quei muscoli di cristallo che tanto contrastano con la scultorea robustezza. Ha segnato un gol pesante (Palermo), ha sventolato il suo testolone in area avversaria mettendo paura. Èuno dei giocatori di miglior classe e personalità. Leader silenzioso. Uno di quelli che ha cambiato la faccia di questa squadra.

Dacourt: 7 - L’antitesi del francese champagne. Piuttosto un buon vino rosso, invecchiato quel tanto per non sembrare un vinello. Roccia sulla quale si sono infrante tante ondate avversarie e molti pericoli. Hagiocatounastraordinariaprima parte di campionato, insostituibile e insormontabile finché Cambiasso non è tornato a dargli il cambio. Grande affare a poco prezzo, anche se nella seconda parte della stagione ha arrancato un po’ di più. Non si è mai negato alla fatica, e magari alla brutta figura, pur di sollevare i compagni da qualche recupero e da qualche grattacapo di troppo. Centrocampista metodista vecchio stile: pochi guizzi ma tanta virtù del calcio contadino.

Cambiasso: 7,5 - Avrà pur l’origine genovese, non certo l’abitudine al risparmio. Trottola d’oro del centrocampo nerazzurro,quest’anno un po’ meno trottola ma sempre d’oro. Bloccatoda uninfortunio che forseha arrugginito qualche muscolo e qualche meccanismo del suogiocare. Meno brillante degli anni precedenti, più contenuto nella frenesia podistica ed anche nella capacità di cambiare passo. Uomo per tutti i ruoli e con l’insaziabile fiuto del gol. Merita scudetto e inchino per la gran capacità di rendersi utile dovunque e comunque ed anche per tutto quanto ha fatto negli anni passati senza ricavarne frutto. Con Vieira e Zanetti ha trasformato il centrocampo in un bunker.

Figo: 8 - È stato un congedo d’autore. Finte e dribbling, voglia di lasciare il segno, umiltà da comprimario e piedi da primadonna. Figo che fa il fenomeno e Figo che fa l’interista nel senso dell’attaccamento alla maglia, nonostante a metà stagione abbia deciso di andarsene. Anzi, quasi sollevato da un peso, ha giocato un finale da matador, partite nelle quali regalare tutto se stesso e lasciare il buon ricordo a chiunque abbia palato fino nel calcio. Impiegato in un ruolo che non sente suo e nel quale non trova il miglior filo dell’interpretazione, ha cercato di proporlo come un attore che sa cavarsela con il mestiere e il talento, prima ancora di rispondere agli ordini del regista.

Adriano: 6 - Campionato a rischio di alto tradimento. Ha prodotto più scuse che gol, ha fatto perdere la pazienza a tutti tranne che ai portieri,ha imparato poco dalla delusione al mondiale. Adriano goleador che non porta pena solo perché, nei suoipochi sprazzi di forma, ha tentato l’unico modo a lui conosciuto per farsi perdonare: assist e gol. Qualcuno anche pesante. Tipica stagione dell’occasione perduta. Poteva sfondare porte e cuori, si è fatto soffiare il posto nei cuori da quelli che non se la sono passata al night e nemmeno si sono lasciati prendere dalle depressioni: si trattasse di andare in panchina o di inseguire le reti. Gattone ronfante di tutta una stagione. Peccato, perché le unghie graffiano ancora.

Crespo: 8,5 - Cid Campeador conl ’animo del predatore. Anche quest’anno è stato il solito, decisivo, razziatore di gol. Non ha avuto problemi di compagnia d’area. Si è allineato anche quando Mancini gli ha preferito Adriano rischiando tutto il suo credito. Non si è mai negato al mestiere suo che è quello di giocare e segnare, creare occasioni e mettere in affanno le difese come un gladiatore che si batte fino allo stremo. Finora è stato il giocatore più sostituito: per problemi fisici o per scelta tecnica. Ma quasi mai se n’è andato senza lasciare un ricordo: fosse un rigore negato, un gol segnato o un’occasione cercata e magari buttata. Dieci reti il tesoro portato all’Inter. Come sempre ha ripagato il prezzo del suo stipendio.

Cruz: 8,5 - Il più pericoloso coltello a serramanico dell’attacco: apre le difese come nessuno. Julio Ricardo el jardinero ha annaffiato bene il suo giardino, coltivato il suo senso del gol e del gioco. Capace di giocare con tutti o con nessuno. Silenzioso poeta del pallone, armonioso e implacabile sotto porta. Il calciatore che ogni allenatore vorrebbe nello spogliatoio. Tanti pregi e un solo difettuccio: rende di più quando entra a partita in corso come sentisse meno peso addosso. Goleador a scoppio ritardato. L’uomo dell’ultimo soffio di speranza o del primo sospiro di certezza. Ha messo piede, testa e firma nello scudetto segnando quattro gol in sei partite a cui va aggiunto un altro gruzzolo. Per certi versi inarrivabile.

Recoba: 5,5 - Anche quest’anno non ce l’ha fatta: non ha giocato nel giardino di papà Moratti. Ma neppure nell’Inter. Si è rifugiato in infermeria più di quanto si sia rifugiato fra le braccia della moglie. Ennesima occasione perduta per il Chino che aveva illuso con qualche lampo, regalato qualche sprazzo di classe e di calcio da sangue nobile. Troppo poco e forse troppa sfortuna per infortuni che hanno dimostrato la fragilità dei suoi muscoli. Loro sì, traditori più di Mancini. Annata che conclude la parabola dell’eterno incompreso. Non c’è gloria senza sacrificio, non c’è speranza senza volontà di cambiare, non c’è posto in una squadra che ha dimostrato di aver anima e animo. Recoba è rimasto a un’altra Inter.

Toldo: 6 - Scampoli di presenze per Toldo, Andreolli e Maaroufi: due speranze e un vecchio testimone di tante speranze svanite. I due ragazzi hanno il futuro davanti a loro. Il portiere un brillante futuro dietro le spalle. La Fiorentina è stata la squadra delle sue speranze: Toldo è stato schierato sia all’andata, sia al ritorno. Forse poteva chiedere qualcosa di più a questa stagione se a Lisbona, in Champions controlo Sporting, non avesse definitivamente chiuso l’idea di un ballottaggio con una sbadataggine di troppo. Rinfoderata ogni velleità è stato l’ideale portiere numero due. Ha dotato l’Inter di una riserva che tanti avrebbero voluto come titolare del ruolo. Dimostrazione della forza di una squadra.

Stankovic: 9,5 - Con quella faccia da marines e quella grinta da Rambosi è infilato in tutti i Vietnam calcistici possibili pur di trascinare la squadra al successo. Ce l’ha fatta. È stato uno degli uomini più determinanti per questo scudetto e per questa Inter. Leader sopra tutti nel momento in cuic ’era da cambiar passo al gioco e faccia alla partita. Meraviglioso devastatore di ogni zona di campo, si è provato dovunque e dappertutto in nome del suo esser uomo per tutte le venture e della capacità di adattarsi ad ogni ruolo. È stato suggeritore delle punte e primo stopper della difesa, routinier porta legna o guizzante destabilizzatore sulle fasce. Ha segnato gol importanti, senza aver l’occhio della fortuna dalla sua: in quanto a pali e traverse è stato il numero uno. Cocco di Mancini, senza andare mai a riscuotere. Ha scalato tutti i gradini della maturità. Non più rissoso, né sprovveduto. Serio e contenuto, concentrato in ogni attimo badando a dar l’esempio. Non è stato più lo svolazzante divagator calcistico dei tempi laziali, e nemmeno l’altalenante talento dei primi tempi nerazzurri. Ogni tanto ha perso qualche momento di luce, si è ingrigito in un lavoro di sostanza più che di qualità. Il tutto figlio di una grande generosità e del suo essere anima della squadra e capocordata, uomodi riferimento per compagni e tecnico. Alcune interpretazioni sono state straordinarie sinfonie di calcio nouvelle cuisine: corsa e talento, piacere del passaggio e splendore di gol goduti come chicche. Piede caldo e testa fredda: il più moderno giocatore dell’Inter. Come pochi al mondo.

Ibrahimovic: 10 - A Torino è stato la rivisitazione svedese di Omar Sivori. A Milano è diventato la riedizione calcisticamente moderna di Nacka Skoglund, che a San Siro chiamavano la Wandissima e tutti sapevano chi fosse non solo per i capelli color dell’oro. Nacka e Ibra sono personaggi ciascun di un loro tempo, ma con qualità che accomunano grandi campioni in ogni epoca: il gusto della genialità, della follia, del divertimento per sé e per il pubblico, spettacolari e attraenti, pieni di finte e talvolta di controsensi, umorali ma armoniosi, fanatici del colpo a sorpresa e del colpo che ti spiazza. Così Nacka fece innamorare San Siro. Così c’è riuscito Ibra. È stato leader e goleador, il faro in cui credere nei momenti difficili, il principe cui lasciar libertà d’espressione e di invenzione. ATorino era un genio, talvolta del male. Qui è stato solo genio e geniale. A Torino volevano incatenarlo a un’idea, qui Mancini lo ha incatenato all’idea di esser libero. In aggiunta Ibra si è ripulito di certi inutili svolazzi da foca, ci haprovato all’inizio poi ha capito cosa serviva. Siè disciplinato nel carattere. Senza mai venir meno alla legge della foresta: occhio per occhio, calcione per calcione e guai a chi si lamenta. Ha imparato a conoscere gli arbitri, le furbizie avversarie e si è adeguato. Ha cercato la strada per essere grande, senza puntare alle scorciatoie. Ha capito che vincere a Milano era molto più difficile che vincere a Torino. Come andare a nozze per uno come lui. Perfino il suo piedone di bronzo, possente ma pocopreciso, ha cominciato a prendere i riflessi dell’oro. Oro come il pallone che un giorno vincerà.