Pajetta, il comunista che non amava la libertà

Egregio dott. Granzotto, le sarei veramente grato se potesse fornirmi indicazioni su chi pronunciò la frase «alla verità preferisco la rivoluzione» ed in che occasione fu pronunciata. Spero vivamente di avere una sua risposta.


La frase fu pronunciata da Giancarlo Pajetta nel 1961, caro Cecca. C’era stato il XXII Congresso del Pcus, nel corso del quale Kruscev riespose la denuncia dei crimini dello stalinismo in modo plateale (gli atti del XX Congresso, quello della destalinizzazione, erano riservati ai soli delegati), denunciò le «corresponsabilità» e annunciò il «superamento delle unanimità fittizie». Temi che portarono al divorzio fra Mosca e Pechino e misero in serie difficoltà il Pci, Togliatti in particolare, diviso tra l’ambizione di essere o comunque di apparire diverso, autonomo e la volontà di non rompere col Cremlino. Di ritorno da Mosca, Togliatti dovette far fronte alla bufera interna al partito - diviso tra i nostalgici dello stalinismo e quanti ritenevano necessaria una sincera autocritica per avervi supinamente aderito - e la esterna, sollevata dall’opinione pubblica che intendeva sapere da che parte stava, il Pci.
Il tema caldo, rovente, era quello della corresponsabilità con lo stalinismo, accusa dalla quale Togliatti si assolse con un documento la cui stesura prese diversi mesi e nel quale ogni parola venne pesata sul bilancino dell’opportunità. In esso, il Migliore sostenne che se ci fu, la connivenza si ridusse al non aver ostacolato «forme di propaganda retorica e diseducativa». Ma in ogni caso il Pci non ne fu contaminato perché «la mentalità e il costume prevalenti nel nostro partito hanno sempre teso a dargli tutt’altra educazione, sviluppando in esso la capacità della analisi obiettiva e di una propaganda convincente, aliena dalla retorica e dalla superficialità». Una difesa così sgangherata, circoscritta e superficiale da indurre Botteghe Oscure a ironicamente ribattezzare il documento «la Gloriosa rivoluzione di ottobre».
Ad illustrarla in una conferenza stampa, furono incaricati Mario Alicata e Giancarlo Pajetta. Alle domande dei giornalisti i due risposero con estremo imbarazzo (o rifiutarono di rispondere se il quesito risultava, a loro giudizio, «provocatorio»). Però, quando un giornalista chiese se nell’àmbito delle corresponsabilità e delle complicità potevano essere inclusi i silenzi di Togliatti, Pajetta non si tenne: «Vi sono stati comunisti - rispose con foga - che avevano posti di responsabilità nel Pci e nell’Internazionale, i quali hanno denunciato certe situazioni in modo aperto e clamoroso. Per esempio Silone. Io sono lieto di non essere stato dalla loro parte. Sono lieto di aver letto in un discorso di Gomulka l’elogio di quelli che hanno taciuto, per non mettersi contro la Rivoluzione». Fece una pausa e quindi aggiunse, in tono di sfida: «Ed io tra rivoluzione e verità scelgo la rivoluzione».
Sulla bozza del resoconto della conferenza stampa che l’Unità avrebbe pubblicato l’indomani, Togliatti, di proprio pugno, corresse quella spavalda e incautissima affermazione mutandola in: «E la rivoluzione coincide con la più larga zona di verità». (Son trascorsi oltre quarant’anni, ma di Pajetta e di Togliatti, con le loro doppie verità, singole menzogne e ipocrisie verbali, la sinistra è ancora affollata. Solo posti in piedi)