Pakistan, 20mila bambini sotto le macerie

Ancora nessuna notizia di Andrea Bonanni, l’italiano disperso da sabato

Maria Grazia Coggiola

da New Delhi

Come l’orco della favola, il terremoto si è mangiato tutti i bambini nelle aree più colpite del Pakistan settentrionale. Il portavoce militare pachistano Shaukat Sultan ieri ha detto che «un’intera generazione è stata spazzata via nelle zone più devastate». Interi villaggi, come quello di Balkot, a nord di Islamabad, sono diventati di colpo demograficamente vecchi. Ci sono dei genitori che hanno perso tutti i figli nel crollo delle due scuole elementari e che, fino all’ultimo, hanno sperato in un miracolo mentre scavavano a mani nude e pregavano. Ma quel mostruoso cumulo di detriti ieri ha risputato solo alcuni piccoli vivi. Gli altri, forse mille, o forse anche più sono stati inghiottiti dall’orco e ora non rimane che il fetore dei corpi in decomposizione, come hanno raccontato alcuni giornalisti arrivati ieri sul luogo insieme ai primi soccorritori.
Ci sono decine di villaggi della morte come Balkot, che è stata letteralmente rasa al suolo, dove non si sentiranno più le voci dei bambini giocare in strada. Una generazione perduta in un terremoto che, ogni giorno che passa, assume proporzioni più gigantesche. Secondo le ultime stime dell’Unicef si teme che in Pakistan le vittime possano toccare le 40mila morti, di cui almeno la metà sarebbero bambini. È salito anche il bilancio sul versante indiano del Kashmir dove si contamo finora 950 vittime, ma i dispersi sono migliaia e molte zone sono ancora isolate a causa dell’inagibilità di strade e ponti.
Secondo le agenzie umanitarie, il terremoto ha colpito 2 milioni e mezzo di persone. I senza tetto sarebbero 200mila e hanno passato la terza notte consecutiva all’addiaccio o sotto tende di fortuna per proteggersi dai rigori di un inverno che sta per iniziare.
Dopo l’accorato appello del presidente Musharraf, la catena della solidarietà internazionale si è messa in moto velocemente. Dagli Stati Uniti sono arrivati 6 elicotteri da trasporto dislocati dalla vicina base in Afghanistan. Ma è una goccia nel mare e ci vorranno forse ancora alcuni giorni prima di raggiungere tutte le zone terremotate. Soltanto ieri il primo convoglio umanitario dell’esercito è entrato a Muzaffarabad, capitale del Kashmir pakistano e ora ridotta a una città fantasma, senza acqua, cibo e corrente elettrica. I camion sono stati presi d’assalto dagli abitanti esasperati per la troppa attesa.
Con il passare dei giorni, cresce anche il risentimento e la rabbia tra la gente per il ritardo dei soccorsi. Il Pakistan, come anche l’India, è del tutto impreparato ad affrontare le emergenze dei disastri naturali. Sotto accusa anche l’assenza di norme urbanistiche antisismiche soprattutto per quanto riguarda la costruzione di scuole e ospedali, per di più in una zona altamente a rischio per i terremoti come il Kashmir.
La massiccia presenza di militari sul confine indo pachistano, uno dei più militarizzati al mondo, ha accelerato solo in parte le operazioni. Numerose caserme, posti di osservazione, trincee lungo la linea di controllo, che divide i due Kashmir, sono crollate intrappolando centinaia di soldati.
Musharraf ha dichiarato tre giorni di lutto nazionale e ha chiesto all’Onu di coordinare le operazioni di soccorso. Il presidente pachistano ha anche accettato l’offerta di aiuti umanitari da parte dell’India, che invierà un aereo con un carico di 25 tonnellate di tende, medicinali e generi di prima necessità. Ma i due Paesi, che proprio sul confine dove è stato localizzato l’epicentro del sisma di magnitudo 7,6, hanno combattuto tre guerre, hanno escluso l’ipotesi di un coordinamento dei soccorsi attraverso la loro «cortina di ferro».
Intanto continua a preoccupare la sorte di Andrea Bonanni, il dipendente dell’ambasciata italiana a Islamabad, di cui non si hanno più notizie da sabato.