Pale eoliche: è business più che energia pulita

Sono in Puglia per lavoro e mi ha sorpreso vedere tante pale eoliche, altissime, enormi e tutte ferme. Mi hanno detto che non funzionano per non disturbare le capre che con le rumorose pale in movimento producono meno latte. La prego, mi dica che non è vero e che il prode Nichi Vendola non ha gettato i soldi dalla finestra.


E chi lo sa se è vero o non è vero, caro Evoldi. L’eolico ha mille controindicazioni e magari è capace pure di bloccare la lattazione caprina. Proprio per questo l’ecologico impiastro è quasi sempre inattivo: per limitare i suoi danni collaterali e mitigare la spontanea antipatia che suscita fra quanti ci vivono all’ombra. Tanto perché sia economicamente (non ambientalisticamente, qui si parla di pecunio, di grana) conveniente basta poco. C’è però da dire che anche così il prode Vendola non getta i soldi dalla finestra. A lui, ovvero alla Puglia, le 1.366 torri eoliche a tutt’oggi infilzate come spilloni nel magico, orientale paesaggio pugliese non sono costate un euro. Anzi, per autorizzare il loro alloggiamento i Comuni interessati hanno incassato un bel po’ di soldini. Qualcuno maligna che proprio per far arraffare un po’ più di grisbì s’è un po’ (un po’ tanto) sorvolato sulle norme relative all’impatto ambientale e completamente trascurato i rapporti anemologici andando, per quel che riguarda il vento, la sua forza, costanza e direzione, a naso. O a simpatia. Fatto sta che grazie a Vendola la Puglia è diventata il Bengodi dell’eolico, con potenza (teorica) installata di 217 megawatt, quando la pur ventosa Liguria non va più in là dei due e mezzo.
Come fonte alternativa di energia «pulita» quei torreggianti mulini a vento, si sa, sono una bufala. L’intero parco eolico mondiale copre meno dell’uno per cento del fabbisogno energetico provocando, in cambio, disastri ambientali e paesaggistici di proporzioni immani. Tornando alla Puglia, non è nemmeno da dire che l’energia prodotta dalle pale venga poi distribuita in loco, autorizzando questo o quel paese, questo o quel borgo (per le città ce ne vuole) a sbandierare benemerenze ecologiche. Tutti i watt prodotti vanno infatti a finire nella rete dell’Enel, che se ne fa un baffo.
Ma c’è un ma, un ma che spiega tutto: le pale vendoliane non si limitano a generare energia (nel qual caso sarebbero antieconomiche), producono anche i Certificati verdi. Adottati in seguito a una normativa europea (rispettata solo da noi, i soliti primi della classe, e dall’Olanda) consistono in questo: le industrie o altre attività che traggono energia da petrolio, metano o carbone, sono obbligate a originarne un due per cento da fonti rinnovabili. Se non intendono farlo in proprio, possono acquistarla (virtualmente, sulla carta) a prezzo di mercato da chi la produce. Le dico subito, caro Evoldi, che qui da noi l’eolico rende più in Certificati verdi (carta, appunto) che non con la vendita del prodotto energetico, la corrente elettrica, per intenderci. Questo è il motivo per cui, nelle regioni di manica ambientalista larga, larghissima, quale la Puglia di Vendola, spuntano come funghi. Lì a testimoniare non una missione ecologica per la salvezza del pianeta nel rispetto dell’altra superbufala, il Protocollo di Kyoto, ma che si può essere di sinistra, si può essere verdi fin nei precordi, ostili al capitalismo selvaggio e pronti al dialogo, al confronto e ad ogni altra balla, però resta un fatto: business is business.