Palestra, caffè e esplosioni:vita normale a Gerusalemme

Fiamma Nirenstein dedica un libro-reportage alla «sua» Città Santa, dall’antichità agli attentati suicidi di oggi. Come il terribile attacco al Caffè Hillel del 2003

Pubblichiamo un brano tratto dal nuovo libro di Fiamma Nirenstein A Gerusa­lemme (Rizzoli, pagg. 216, euro 18,50; in libreria da domani). Parlamentare e giornalista esperta di problemi mediorientali, che per anni ha vissuto a Gerusalemme, l’autrice ci accompagna attraverso la città: dai luoghi santi ebraici, cristiani e musulmani alla moderna e cosmopolita capitale d’Israele.

L’attacco al Caffè Hillel, il 9 settembre 2003, è stato fra quelli più vicini alla mia famiglia, perché ci andavamo e ci andiamo tutti sovente. [...] Molti attentati sono stati parte del­la mia vita più intima. Al Caffè Hillel, il giorno dopo l’attentato, la mia amica Susi Singer e io tornammo per guarda­re il tav­olo dove eravamo sedute un pa­io di giorni prima. Che fine aveva fatto? Era un mucchio di schegge ammuc­chiato con altre schegge. Più di venti persone erano state ferite, sette erano morte. Le vetrate di cui è fatto il Caffè Hillel erano tanti coltelli: quelli che non avevano raggiunto il loro obietti­vo erano ancora là. Uno dei camerieri che sgomberava le macerie mi disse che il ragazzo di guardia sulla porta, uno studente di ventitré anni, era mor­to, e aggiunse che era rimasta sul luogo una quantità di telefonini che squilla­vano tutti insieme. Vidi sotto la traspa­renza dei vetri un buco perfettamente rotondo dove era penetrato un bullo­ne lanciato dall’esplosione, uguale a quelli che adesso abitavano il corpo dei feriti e dei morti; vidi che era rima­sto attaccato un poster con il calciatore David Beckham cui un chiodo, infilato­si nella carta e nel muro, aveva tolto un occhio.

Il Caffè Hillel era attaccato all’ufficio della mia amica Vera e in genere ci in­contravamo sempre là, e così anche con Shlomo, il mio ex assistente, che la­vora a due passi da lì. Quando guardi i resti di un attentato impari che la tua vi­ta è un dono, oppure un caso, come la morte. I nostri appuntamenti erano spesso al Caffè Hillel: si ordinava al banco, si riceveva un numero e la ca­meriera portava poco dopo al tavolo il caffè o l’insalata. Anche al caffè dove va mio marito Ofer con i suoi colleghi cameramen, il Restobar, che una volta si chiamava Moment,ci fu un’altra stra­ge di decine di giovani. Il rumore pri­ma della bomba è diverso, al Caffè Hil­lel chiacchiere flautate, discussioni po­­litiche, lieve ticchettio di computer, pa­gine di giornali sfogliate, leggere risate di donne che bevono il caffè; al Resto­bar battute spiritose che volano da una parte all’altra del locale,vassoi con bir­re che circolano in bilico nelle mani di cameriere giovani e scontrose, odore di cibo cotto e cameramen stanchi che tornano dal campo e si prendono in gi­ro.

Ma il rumore dell’attentato è identi­co: lo scoppio, il silenzio assordante di un istante, le urla del dolore, dell’offe­sa, della sorpresa, della paura terribile per sé e gli altri, per chi sedeva accanto a te e non vedi nel fumo e nel dolore, per i bambini che un minuto prima mangiavano sul tavolino, con te, e adesso non senti, non tocchi.

È incredibile come dopo l’attentato, una volta che si torna a sedere nel caffè ricostruito, i gesti si rinnovano senza mutare, come nel sapore del sand­wich, nell’appetito con cui lo si adden­ta, nella schiuma del cappuccino non resti la polvere del ricordo di chi in quello stesso identico posto è stato uc­ciso mentre ordinava il sandwich, il cappuccino, l’insalata. Il Caffè Hillel è sempre al suo posto, anche se ora è divi­so fra bar e ristorante. La vita gerusale­mitana, la mia, non vi potrebbe essere meglio disegnata. C’è sempre qualcu­no che lavora al computer, da solo, con un cappuccino ormai freddo accanto ai documenti. Sempre, due amiche parlano fitto fitto dei loro guai; sem­pre, famiglie americane religiose e in­tellettuali mangiano con bambini ru­morosi. Me ne ricordo uno grasso che si era girato completamente verso di me e ritto contro la spalliera della sua sedia mi scocciava con uno sguardo fis­so e inevitabile.

L’attacco all’Hillel fu fra i più famosi a causa del medico David Applebaum che vi fu ucciso insieme alla figlia ven­tenne Nava, il cui vestito bianco da spo­sa rimase appeso nell’armadio: si sa­rebbe dovuta sposare il giorno dopo, il padre l’aveva portata a festeggiare, a scambiare un saluto speciale prima del distacco. Applebaum, la cui faccia comparve per giorni vicino a quella del­la bella figlia sui giornai, era un medico famosissimo a Gerusalemme, le cui mi­tic­he abilità e disponibilità si erano par­ticolarmente esercitate in quegli anni nel curare le vittime degli attacchi sui­cidi. Fino a quel momento erano stati centotré. Applebaum era il primo a estrarre bulloni, riattaccare arti, strap­pare i gerusalemitani feriti dal tunnel della morte. Il Caffè Hillel ebbe fra i suoi sette morti anche un arabo israe­liano, Shafik Karim; fra i suoi cinquan­ta feriti una ragazza di venticinque an­ni, Tzipi Farkas, che era scampata all’attentato delle Torri Gemelle.

È incredibile quanto una città possa essere attaccata nei suoi angoli più re­moti se non si è vissuti a Gerusalemme negli anni dell’Intifada. Come restò se stessa se non con un miracolo della vo­lontà? L’11 giugno 2003 un terrorista vestito da religioso saltò in aria su un autobus numero 14 di fronte al centro acquisti di Rekhov Yaffo, in pieno cen­­tro, uccidendo diciotto persone (un bambino fu ritrovato incolume sotto i corpi ammucchiati nel bus). Il 18 mag­gio era saltato il numero 6 all’incrocio con il quartiere della Collina Francese, la solita Giv’at Tzarfatit, sette morti: la maggior parte, come li vidi, erano sedu­ti nei primi posti, eretti, solo con la te­sta leggermente reclinata ( uno studen­te sull’autobus si chinò a prendere i li­bri dalla borsa appoggiata sul pavi­mento proprio mentre le schegge di ac­ciaio della bomba gli schizzavano so­pra la testa). L’8 giugno 2003, due ra­gazzi vengono uccisi nella foresta di Gerusalemme, dietro l’ospedale Hadassa. Il 4 agosto 2002 un terrorista spa­ra col fucile sull’auto della compagnia telefonica, la Bezeq, che accomoda i ca­vi davanti alla Città Vecchia alla Porta di Damasco, uccide due lavoratori e fe­risce diciassette passanti, anche arabi. Vennero a decine gli attacchi massicci. Tutta quanta la città fu fatta a pezzi: la pizzeria Sbarro, dove fra gli altri una fa­miglia di cinque persone, dalla mam­ma al più piccino, fu sbranata dalla bomba indossata da una donna poi esaltata come grande eroina, madre e terrorista; il Caffè Moment, un luogo di estrema consuetudine; l’autobus del Gan ha- Pa‘amon, che ho visto carbo­nizzato con i cadaveri ciascuno nel suo sedile, davanti alla stazione di benzi­na, composti, uccisi dallo spostamen­to d’aria che aveva schiacciato loro gli organi vitali. Quell’autobus l’ho visto insieme alla mia classe di ginnastica dell’Ymca;uscimmo dalla palestra e ci precipitammo verso lo scoppio scen­dendo per la discesa fiorita della stra­da del King David, restammo ipnotiz­zate, poi tornammo a ginnastica e l’in­segnante ci disse: « Kol ha-kavod , ra­gazze, complimenti, siete brave». Lo eravamo, ballavamo a ritmo della mu­sica, le sirene gridavano fuori.