Pansa: la casta rossa dei bastonatori

Esce il nuovo libro del giornalista: "I gendarmi della memoria", libro denuncia sulle aggressioni subite

Capitolo numero uno: Pansa, la protesta. Con il suo nuovo e ultimo libro l’autore della trilogia (oggi diventata ormai quadrilogia) sulla guerra civile italiana e le sue verità negate, fa innanzitutto sentire una protesta civile. I gendarmi della memoria. Chi imprigiona la verità sulla guerra civile, in libreria da martedì (Sperling & Kupfer, pagg. 504, euro 19) è innanzitutto il resoconto delle aggressioni fisiche e morali subite dall’autore dopo l’uscita dei suoi libri precedenti, soprattutto il penultimo, La grande bugia, che irritò particolarmente i difensori a oltranza della Verità Unica sulla Resistenza e li spinse a usare «metodi convincenti». «Dopo l’uscita della Grande bugia - scrive Pansa nella prefazione a I gendarmi - li ho sperimentati tutti, tranne il pestaggio fisico. L’incursione manesca per impedire il dibattito su un libro da proibire. La rappresaglia contro le librerie che ospitavano i miei incontri. L’incitamento a farmi del male, diffuso via Internet: “Pansa gambizzato”, “Pansa al muro”, “Pansa a piazzale Loreto”».

Sono frasi che chi ha vissuto i gloriosi anni Settanta-Ottanta non può fare a meno di ricordare con malessere, quando lo slogan «Uccidere un fascista non è reato» giustificava le chiavi inglesi che calavano su teste inermi (poi arrivarono le armi da fuoco). Lo stesso Pansa nel maggio 1980 fu incluso dalla banda di Marco Barbone fra i giornalisti da «punire» per il suo libro Cronache italiane di violenza e terrorismo (Laterza, 1980, recentemente ripubblicato negli Oscar Mondadori con il titolo L’utopia armata).

Oggi, un anno dopo La grande bugia, Pansa si toglie molti sassolini dalle scarpe rievocando con maligna (e forse anche un po’ divertita) puntigliosità non solo le violenze dei grumi di estremisti bèceri quanto ignoranti, ma anche le omertà, gli ostracismi, le viltà, i pudichi silenzi, gli imbarazzi, i contorsionismi della Grande Sinistra nei suoi confronti, dai politici di primo piano e di sottobosco ai Soloni universitari. «Dopo l’ormai nota incursione di Reggio Emilia il 16 ottobre dell’anno scorso - ricorda lo scrittore - solo il presidente Giorgio Napolitano espresse pubblicamente il suo sdegno e la sua solidarietà. Il resto della sinistra, silenzio. No, che dico: ci furono le telefonate di Prodi, di Fassino, di Veltroni. Cortesissime e naturalmente privatissime, neanche uno straccio di rigo sull’Ansa. Veltroni mi invitò a parlare al comune di Roma. Mi misi a ridere: “Vuoi che ti sfascino il Campidoglio?”».

Viene da domandarsi quali reazioni susciterà la presentazione dell’ultimo libro. «Le presentazioni - risponde Pansa - non ci saranno. Già l’anno scorso dopo Reggio Emilia, dopo che a Bassano fu sabotata un’innocente libreria che mi aveva ospitato, dopo che ogni incontro veniva ormai presidiato da polizia e carabinieri, decisi di disdire tutti gli appuntamenti futuri. Non posso tollerare che in un’Italia che deve vedersela con mafia, camorra, ’ndrangheta, Sacra corona unita e criminalità di ogni tipo, le forze dell’ordine siano costrette a presidiare un luogo dove si parla di un libro».

Sembrerebbe una resa. No, dice Pansa, è la mia protesta. «Protesto contro la situazione odierna che ricorda pericolosamente i regimi totalitari, di ogni colore, le cui prime vittime sono i libri e chi li scrive. Protesto contro questa democrazia azzoppata e falsa che ha paura delle idee scomode e totalitariamente non sa far altro che aggredire chi le sostiene». Ammesso che il silenzio sia la scelta migliore. «E quale silenzio? Io continuo a scrivere tutte le settimane il mio “Bestiario” sull’Espresso, scrivo un libro l’anno. Scrivo non solo per i familiari, i fratelli, i figli delle vittime dei partigiani comunisti, ma anche per le migliaia di persone di ogni colore e opinione ansiose di conoscere - dopo oltre sessant’anni! - la verità sulla guerra civile».

Capitolo numero due: Pansa, la casta. Lui la chiama la «casta rossa», formata dai politici, dai giornalisti, dai memorialisti, dagli uomini della televisione di Stato, dal gerontocomio dell’ANPI, dai vari «movimenti» come quel gruppo romano chiamato Antifascism Militant (sic!) che a Reggio Emilia strillava «Viva Schio!». E Schio, per i deboli di memoria, è il luogo dove il 6 luglio 1945 cinquantatré persone, tra cui molti non fascisti, vennero trucidate a guerra ormai finita. La casta rossa è la Grande Sinistra Unita che da qualche anno a questa parte bastona il suo ex pupillo. Lui sghignazza: «Unita? Le dieci sinistre italiane (le vada a contare, da Rifondazione ai Ds), dalle sedicenti riformiste alle regressiste, mi hanno pesantemente randellato per i miei libri, passando dall’intimidazione esplicita alla demolizione ipocrita. La mia grande soddisfazione è vedere che oggi le sinistre si randellano fra di loro e mentre il loro fatturato elettorale è in picchiata, il discredito tocca vertici mai raggiunti prima». Lo scrive anche nel libro: «La rissa interna all’alleanza di centrosinistra è diventata un’imitazione ridicola della guerra civile».

Non glielo perdoneranno. Come non gli perdoneranno la messa alla berlina di tutta la casta rossa, a cominciare dall’Uomo di Cuneo, il tetragono Giorgio Bocca cui si deve l’illuminata proposta di mandare in galera chi critica la Resistenza, dal Parolaio (al secolo Fausto Bertinotti), dal Cosacco (il giornalista dell’Unità Bruno Gravagnuolo), dal Professor Basta (Angelo d’Orsi). Non ne citiamo altri per non togliere al lettore il gusto e il divertimento di andarli a scovare nelle pagine del libro dove si rivela tutto il Pansa «ragazzo da bar», quello, come lui confessa, «che ha avuto due scuole: l’università di Torino e il Caffè Principe di Casale Monferrato». Il «Pansaccio», insomma.

Capitolo tre. Pansa, la scelta. C’è una domanda che gli viene spesso rivolta e che non è possibile non rivolgergli anche al momento dell’uscita del suo ennesimo, polemico scritto. Già gliel’aveva posta un lettore: dopo quello che scrive e ha scritto, come può dirsi ancora di sinistra? E come può restare fedele alla Resistenza?

Risposte non facili. Giampaolo Pansa rivendica la sua appartenenza a una sinistra che - sostiene lui - oggi non è più quella in cui aveva creduto. La sinistra cui apparteneva la sua famiglia, la sinistra degli anni Cinquanta, Sessanta che lui sostiene essere più colta, più vivace, più «perbene». Anche se era in quegli anni che si veniva formando la vulgata resistenziale, egemonizzata dal Partito comunista. Pansa oggi dice: «Io sono per i partigiani che hanno fatto cose pulite. E ce ne sono stati tanti». Pansa oggi va anche alla ricerca dei partigiani vittime dei compagni di lotta comunisti. Le tante «piccole Porzûs» d’Italia, vedi il capitolo dedicato a Eugenio Corbezzola, il giovane partigiano cattolico di Reggio Emilia morto il 9 agosto 1947 per le ferite inflittegli da chi non voleva che indagasse su omicidi sospetti. E non solo lui.

Mentre sbeffeggia i suoi interessati detrattori, Pansa inframmezza alla polemica le storie che ancora, a quattro anni dall’uscita del primo libro, Il sangue dei vinti, emergono dal grande silenzio in cui si chiusero i familiari delle vittime: «Continuano ad arrivarmi lettere, memorie devastanti». Sono nomi, volti, altri eccidi. Più di un capitolo è dedicato alla grande mattanza femminile di cui si macchiò la Resistenza: nel solo Piemonte, che fu uno dei luoghi più tragici ma non l’unico, furono uccise 776 donne, fra giovani ausiliarie, presunte «spie fasciste» e mogli, sorelle, figlie, fidanzate di fascisti o supposti tali. Una «quota rosa» che non è mai approdata all’attenzione del Parlamento.

E allora? Dove si colloca oggi Pansa? Risposta amara: «Vivo in un Paese che muore di faziosità, stupidità e ignoranza. Non so più dove abito. Probabilmente non andrò più a votare. Mi sento come un vecchio cane da caccia che per antica abitudine continua ad annusare il terreno, cercando una traccia. Una traccia che lo porti a casa. Dove sia questa casa non lo so. Non certo nei partiti. Forse nelle persone, le persone che capiscono».

Che sono, a giudicare dal successo dei libri di Pansa, molte più di quanto si creda e che sanno, come conclude l’autore, «che non di Resistenza si deve oggi parlare, ma di quella grande, orrenda, comune tragedia che fu la guerra civile». Una tragedia che Pansa indaga con una sorta di cristiano laicismo, cristiano nella pietas verso i vinti, laico nel perenne dubbio sulle verità rivelate. Alla ricerca di quel punto in cui la ricerca storica può anche diventare un alto imperativo morale.