Una «Pantanella» alla Magliana

Daniele Petraroli

Una situazione insostenibile. A una settimana dal quasi linciaggio di un albanese alla Magliana, protagonista di un tentativo di stupro nei confronti di una ragazza, i residenti non ci stanno a passare per intolleranti e vogliono spiegare l’inferno in cui sono costretti a vivere da più di tre anni. Il problema è quello dell’ex scuola media “Otto marzo” in via dell’Impruneta da cui proveniva proprio il clandestino arrestato. Di proprietà del ministero dell’Interno, avrebbe dovuto ospitare prima la polizia stradale, poi l’ufficio stranieri della Questura e infine un nuovo commissariato di zona. Ma da quando sono terminati i lavori, nel 2002, è ricominciata l’occupazione dell’edificio. Centinaia di stranieri, in prevalenza polacchi, romeni e albanesi, ne hanno fatto un vero e proprio centro di smistamento di immigrati nella Capitale. E a nulla servono i frequenti sgomberi da parte della polizia.
Gli abitanti della zona, via dell’Impruneta ma anche viale Vicopisano e via Pescaglia, sono esasperati. Hanno voglia di raccontare il loro calvario quotidiano ma hanno anche tanta paura di farlo. «Un giornalista? Non ho voglia di parlare. Le dico solo che non ce la facciamo più ma la prego non metta il mio nome» e via, fuggono a casa sperando di non fare brutti incontri. Solo qualcuno vince la paura e si ferma a raccontare. «Vivo qui da 35 anni - spiega la signora Marisa mentre si avvia verso casa con le buste della spesa in mano - e la situazione non era mai stata così pesante. Non me la sento più di uscire la sera. Non ho nulla contro gli stranieri ma questi sono ubriachi fin dal mattino. Ci sentiamo letteralmente abbandonati dalle istituzioni».
La notte si ritrovano a decine nella nuova piazzetta all’incrocio tra via dell’Impruneta e via della Magliana, la riempiono di bottiglie rotte, molestano le ragazze e insultano i passanti. «Evito di passarci dopo il tramonto - racconta Anna, da vent’anni residente in via della Pescaglia - mi chiedo, ma la nuova piazza l’hanno fatta solo per loro? Io non posso neppure andare al bar. Per non parlare della fontana che utilizzano letteralmente per i loro bisogni».
Nessuno giustifica quel che è successo martedì scorso ma fanno capire senza troppi problemi che la loro pazienza sta finendo. «In quella scuola saranno due o trecento - spiega un dipendente di una panetteria in viale Vicopisano -, li vediamo sempre ubriachi fare a botte tutte le sere. Ormai è diventato pericoloso uscire da soli, specialmente per le ragazze. Gli sgomberi poi non servono a niente. Dopo due giorni rientrano nuovamente nella scuola. Anche i poliziotti hanno paura. La sera vengono con quattro o cinque macchine, stanno dieci minuti e poi spariscono. È così che poi parte la caccia all’extracomunitario. Gli abitanti del quartiere sono stanchi di questa situazione».
Tutti chiedono la riqualificazione dell’edificio e il suo utilizzo per il quartiere ma per il momento spiragli non se ne vedono. «Si tratta di un bene pubblico - si lamenta Enzo -. Non si capisce perché gli consentano di sfruttarlo così. Addirittura si sono attaccati all’elettricità. E il tutto a spese nostre». Già, perché lo stabile occupato ha anche un costo non indifferente per i cittadini. «Per mantenerlo dal 1998 a oggi il ministero dell’Interno paga circa 330 milioni delle vecchie lire all’anno - puntualizza Giovanni Petrone, consigliere di Alleanza nazionale in XV Municipio - mentre luce e gas risultavano come utenze della Prefettura fino a un mese e mezzo fa. La situazione è esplosiva, i cittadini si sentono abbandonati anche perché il commissariato più vicino si trova a piazzale della Radio».
Intanto An lancia una nuova raccolta di firme per cercare di sbloccare la situazione e restituire il palazzo al quartiere. «Ma non ci facciamo illusioni. - conclude Petrone -. Nel 2000 ne abbiamo raccolte oltre diecimila e non è servito a niente. Questa volta però siamo pronti a incatenarci sotto la Prefettura per far sentire la nostra voce».