Paola Capriolo Nuova luce sul mito del Golem

Il Golem, pupazzo di terra vivificato da una formula cabalistica posta sotto la lingua, è uno dei mostri che gode di miglior salute. Nella sua città natale, Praga, i souvenir e i tour a esso legati si vendono sempre bene. Saggi sui limiti del progresso scientifico, sugli apprendisti stregoni di oggi, ne prendono a prestito il nome per il titolo. Mentre Paola Capriolo lo ha fatto diventare il protagonista d’un breve romanzo filosofico horror, Una luce nerissima (Mondadori, pagg. 166, euro 16), che sembra una prefigurazione dell’uragano Katrina. Sulla copertina c’è la foto di scena di Paul Wegener, il regista tedesco che interpretò il ruolo del Golem nel film del 1920 da lui stesso diretto, il migliore in materia. Partendo dal fotogramma, si potrebbe cominciare a spiegare cos’è il Golem. È un mostro di mota che nasce dalla credenza esoterica ebraica secondo cui l’uomo può diventare, come Dio, creatore; e costruirsi un Adamo, naturalmente mal riuscito, sbozzato. Un Adamo che, col suo aspetto indefinito, incute terrore a prima vista, si muove ma non parla, inerte dal punto di vista spirituale, e quindi incontrollabile. Se per crearlo ci vuole un dotto di cabala, va da sé che la leggenda ebraica classica non attribuisce cattive intenzioni al suo creatore, il rabbino Löw, vissuto nel XVI secolo. Il quale lo utilizza per lavori di fatica. Come una badante. O, se vogliamo aprire un’altra pista, un robot avanti lettera. Tanto che qualcuno sostiene che Karel Capek, il drammaturgo che inventò il robot (dal ceco robota, «lavoro duro, ripetitivo»), si sia ispirato alla leggenda del Golem. Difatti RUR, la pièce di Capek sui robot, è di poco successiva all’uscita, nel ’15, del romanzo horror Il Golem, di Gustav Meyrink, grande successo (duecentomila copie) che rinverdì la mitologia della mostruosa figura. In realtà, Capek concepì i robot vedendo una folla alienata che usciva dal lavoro. Una suggestione moderna laddove il Golem meyrinkiano trae forza dalla vecchia iconografia del Ghetto, quartiere praghese di case sghembe, passaggi segreti, misere botteghe e trucide trattorie che in quegli anni era già stato abbattuto. Se nel libro della Capriolo c’è una «sensibilità contemporanea», questa riguarda anche il diverso modo di rapportarsi agli ebrei. Meyrink dà fondo, in maniera parossistica ma molto creativa e efficace, al repertorio del Ghetto. Lo riconosce anche Kafka. Ma oggi sarebbe un Ghetto politicamente scorretto, dove l’ebreo può essere il mistico buono Schemajah Hillel ma anche il perfido Wassertrum, rigattiere ricattatore, mostruoso di aspetto e indole. La Capriolo è meno caricaturale per quanto riguarda i personaggi che, nel suo caso, sono quelli della leggenda praghese classica e non quelli dell’adattamento meyrinkiano, molto più personale e eccentrico. Nel libro della Capriolo non può mancare un capitolo dove il Golem si trasforma in supereroe e salva gli ebrei dall’incendio doloso dei praghesi antisemiti. Altra differenza: mentre in Meyrink il Golem è una suggestione dietro le quinte di un’altra trama, la Capriolo lo erge a protagonista. E lo eroticizza facendolo impazzire per la serva del rabbino la quale, sedotta dall’ottuso e infantile corteggiamento del mostro, si introduce nottetempo nella sua stanza e viene travolta e uccisa dalla forza incontrollata. Altro sedotto è Rodolfo II. Il malinconico imperatore alchimista e collezionista, arbitrariamente trasformato in malvagio dalla Capriolo, fa imprigionare il Golem, impazzito dopo che gli è scappata la mano con l’amata servetta, perché vuole usarlo come strumento di conquista, arma militare, atomica ante litteram. Ma viene distrutto dal mostro il quale, cresciuto a dismisura, lo seppellisce e poi seppellisce la città sotto la coltre di fango in cui si è trasformato uraganizzandosi. Nel finale, meno «effetto serra», meno apocalittico, della leggenda classica (attingo a Jewish Prague, di Ctibor Rybár), non ci sono deliri imperiali e Rabbi Löw non è imprevidente: toglie il cartiglio cabalistico dalla bocca del Golem riportandolo allo stato di partenza. Un biblico mucchio di polvere invece di Katrina.