«Un Papa che non muore», perchè vive nel cuore della gente

L'ultimo libro del vaticanista Gianfranco Svidercoschi è stato presentato dal Postulatore per la beatificazione di Wojtyla, monsignor Oder e dal cardinale Re.

«Karletto», lo chiama confidenzialmente una donna, in un biglietto lasciato accanto alla sua tomba nelle Grotte Vaticane. E aggiunge: «Spero non ti sembri irriverente».
I fiori, le lettere, i disegni infantili sono solo uno dei segni dell'intimità di un dialogo, che prosegue oltre la morte, tra Karol Wojtyla e il suo popolo di credenti. Che già lo sente Santo.
Di questo speciale rapporto, che ha portato ad un risveglio della religiosità, parla Gian Franco Svidercoschi nel suo ultimo libro: «Un Papa che non muore»(San Paolo ed.).
Il vaticanista di origini polacche, che ha seguito per mezzo secolo le vicende di Oltretevere, spiega che una delle grandi doti di Giovanni Paolo II era proprio quella di saper entrare nell'animo della gente e farne emergere la parte migliore.
Dello «sguardo» di Wojtyla parla anche il Postulatore della causa di beatificazione, che potrebbe portarlo agli onori degli altari già in primavera o al massimo a fine estate. Monsignor Slamowir Oder presenta il volume di Svidercoschi in una sala di San Stanislao, la chiesa dei polacchi a Roma, tanto cara a Wojtyla. E ripete quel «ritornello» pronunciato tante volte davanti ai giudici da molti testimoni del processo: «Mi guardava in un modo particolare. Vedeva in me qualcosa di più. Ed era Dio stesso».
Il prelato racconta che alcuni si sentivano in difficoltà davanti al suo sguardo scrutatore ed esigente. «Era un mistico - spiega Oder- capace di guardare il mondo e le singole persone così come lo vuole Dio, vedendo come dice la Genesi il buono e il bello che c'è, malgrado la presenza del male, del peccato».
Lo sguardo di Giovanni Paolo II era dunque uno stimolo che poteva portare tanti frutti, in chi non voleva ignorarlo e rispondeva al suo invito. É questo che scrive Svidercoschi raccontando dell'eccezionale fenomeno di massa che segnò la partecipazione alla lunga agonia del Papa, accompagnò la sua morte il 2 aprile 2005 e dopo continuò, continua, con le lunghe file al suo sepolcro. Non solo a Roma, non solo dall'Italia, ma da tutto il mondo che lui girò per sette volte, in 104 viaggi, spinto dal desiderio di incontrare personalmente milioni di fedeli e anche di non fedeli.
«Giovanni Paolo II non muore - dice alla presentazione del libro uno dei suoi più stretti collaboratori, il cardinale Giovan Battista Re- , perchè è rimasto nel cuore della gente. I suoi insegnamenti sono una luce che non si è spenta. Era un comunicatore nato e così ha accorciato la distanza fra il Cielo e la Terra, come scrive Svidercoschi con una bella immagine».
«Un Papa che non muore» racconta della diversità di Wojtyla, delle linee guida del suo pontificato, dell'eredità che ha lasciato alla Chiesa, in un mondo molto diverso da quello dalla fede negata o offuscata che trovò venendo a Roma, ben prima del crollo del Muro.
Svidercoschi spiega in modo affascinante come tutto si tiene nella storia di Giovanni Paolo II e tutto ha un senso per il futuro, dalle sue radici polacche alla sua vita che sperimentò gli orrori del nazismo e del comunismo, dalle sue amicizie con gli ebrei alla sua gioventù da studente e operaio, dal subìto attentato all'irrompere del terrorismo internazionale con l'11 settembre.
Wojtyla, scrive, era un Papa diverso in tutto, delle tante «novità». «Carismatico, profetico, missionario». Un Papa che non poteva avere etichette e per questo fu definito «conservatore» e «progressista», «terzomondista», «anticomunista» e «fustigatore del liberismo e del consumismo senza freni». Impose al mondo e alla Chiesa, con la sua personalità, un'interpretazione del Concilio Vaticano II. Fu il pontefice delle innumerevoli «prime volte», quello che volle purificare la Chiesa con i suoi «mea culpa» per gli errori del passato, prima di guidarla al grande e simbolico appuntamento del Giubileo del 2000.
Wojtyla disse «mai più guerra» e concepì l'«ingerenza umanitaria» in Bosnia, manifestò una tensione particolare verso i giovani e aprì nuove porte alle donne, dialogò con ebrei e musulmani, sostenne i movimenti cattolici e fece tramontare il clericalismo, insegnò ad accettare il dolore e la malattia e una trasparenza nella comunicazione mai vista prima di allora.
Hanno dovuto scontrarsi con resistenze e diffidenze interne alla Chiesa tante sue iniziative, appunto dall'autocritica storica alla volontà del dialogo ecumenico con anglicani e ortotodossi o all'apertura a tutte le religioni nelle Giornate di preghiera di Assisi.
«Ma non c'è da scandalizzarsi - scrive Svidercoschi- . Le rivoluzioni, specialmente quelle spirituali, hanno un lungo cammino da compiere, prima di riuscire a entrare nelle coscienze e, più ancora, nelle strutture».
É il cardinal Re che ricorda una frase sfuggita al cardinale Agostino Casaroli, protagonista della Ostpolitik vaticana che aprì cautamente ai paesi comunisti dell'Est e fu scelto come Segretario di Stato dal Papa polacco. Accompagnando Wojtyla appena eletto alla terrazza su piazza San Pietro, eclamò: «Che coraggio hanno avuto questi cardinali!».
E Giovanni Paolo II confermò subito che la sua avventura sarebbe stata come nessun'altra: rompendo ogni protocollo, ignorando le raccomandazioni e la prassi, con uno «strappo» al cerimoniale, non si limitò alla tradizionale benedizione ma cominciò a parlare apertamente, spontaneamente, alla folla in attesa. Un colloquio infinito.