Papa Ratzinger neo ambasciatore dell’italiano

Federico Guiglia

Del viaggio di Benedetto XVI in Polonia, concluso con l’omaggio toccante alle vittime del genocidio nazista c’è un particolare altamente significativo per noi italiani oltre alle messe e al dovere del ricordo: l’uso internazionale della lingua italiana da parte del Papa tedesco. Accanto al polacco utilizzato da lui o da altri, alti sacerdoti, il pontefice non ha perso occasione per rivolgersi nella lingua di Dante al mondo e alle centinaia di migliaia di fedeli che l’hanno accolto nel pellegrinare: fedeli alla Chiesa di Roma, fedeli alla memoria di Karol Wojtyla, il «loro» Papa che a sua volta non perdeva occasione per dar prova d’amore verso la lingua italiana. A cominciare proprio dall'esordio, col celebre, si ricorderà, «se sbaglio, mi corrigerete», pronunciato in piazza San Pietro appena divenne Giovanni Paolo II.
La lingua italiana, dunque, si conferma lingua franca del cattolicesimo universale. E basterebbe questo per spegnere ogni polemica laicista sui rapporti distinti ma non distanti che lo Stato italiano fa bene a coltivare col Vaticano, per effetto (anche) di un articolo costituzionale che, soprattutto oggi, rivela tutta la lungimiranza della sua prescrizione: il famoso articolo 7 che riafferma le reciproche indipendenze, regolamentando ogni rapporto coi Patti Lateranensi. Unico caso di riferimento esplicito, e compiuto, a un’altra istituzione sovrana nella Carta della Repubblica; unico rapporto di diritto internazionale indicato fra i primi principi fondamentali della Nazione.
Da questa tradizione linguistica rinverdita con sapienza anche dal Papa tedesco, la laica Repubblica dovrebbe partire per mostrare almeno (almeno!) non minore consapevolezza del possibile ruolo universale della lingua di Dante. Abbiamo scritto «universale» perché è altra cosa rispetto a «internazionale», posto che nessuno pensa di competere per diffusione e conoscenza di parlanti con l’inglese. Tanto più che il moderno spirito con cui ci si avvicina alle lingue dovrebbe indurre le persone e i popoli non già alla sostituzione ma all’affiancare una lingua con un’altra: oltre all’inglese (o allo spagnolo, al francese e così via) anche la valorizzazione dell’italiano. Una valorizzazione che può avere una dimensione senza confini, non solo perché la lingua italiana evoca una cultura millenaria e che affascina milioni e milioni di stranieri - chi viaggia, può testimoniare quante siano le espressioni in lingua italiana usate da altri popoli per moda, per simpatia, perché «sono belle» - ma anche perché il globo è pieno di oriundi italiani, e sparsi dappertutto. Potrebbero fare da ponte a una diffusione della lingua per aree geografiche, se solo l’Istituzione italiana avesse la convinzione e la capacità organizzativa per farlo o coordinarlo. Ma se ci riesce il minuscolo Stato del Vaticano, perché non dovrebbe riuscirvi l’Italia, che dispone di una vastissima rete di ambasciate, consolati, e ogni genere di associazione e di volontariato che si richiamano alla cultura italiana?
Né stupisca che sia tedesco il Papa che dà voce all’italiano. L’Europa (e le Americhe, ma diciamo pure il mondo) sono pieni di italianisti stranieri che fanno quel che tanti italiani della classe dirigente d’Italia trascurano, quando si trovano negli organismi internazionali: parlare in italiano. In passato abbiamo assistito a un ministro degli Esteri (Gianfranco Fini) e a un presidente del Consiglio (Giuliano Amato) che si sono rivolti rispettivamente in francese e in inglese - e non proprio da Sorbona né da Cambridge - all’assemblea delle Nazioni Unite (mentre il ministro degli Esteri tedesco parlava, giustamente, in tedesco). La prossima volta mandiamo all’Onu Joseph Ratzinger a insegnare al provincialismo d’Italia quanto sia comprensibile e attrattiva la lingua italiana nel mondo.
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