Il papiro del Duce tra spie e scienziati

Luciano Canfora racconta la scoperta di un testo greco sullo sfondo dell’università italiana fascista e antifascista

Negli anni Trenta, mentre la Germania nazista cercava di impadronirsi di prove tangibili dell’esistenza di una super-razza, antica progenitrice della stirpe ariana, le cui vestigia erano rimaste a lungo sepolte nel remoto Tibet, l’Italia gareggiava con Francia e Inghilterra, per assicurarsi un ricco bottino di beni archeologici. Di questo aspetto della politica culturale del Ventennio ci parla un libro affascinante (Luciano Canfora, Il Papiro di Dongo, Adelphi, pagg. 812, euro 32), che pone al centro della narrazione un papiro contenente diciotto versi, fino allora sconosciuti, di un’ode di Saffo, e alcuni studiosi impegnati a rintracciarlo, nella cornice dell’Egitto percorso da fremiti nazionalistici anti-inglesi, divenuto teatro di un gioco di spie che opponeva i servizi segreti italiani e nazisti all’intelligence britannica.
Nel libro di Canfora, questo interludio esotico ed erudito lascia rapidamente il passo alla biografia politica di un altro studioso coinvolto nelle vicende del manoscritto perduto: il filologo classico Goffredo Coppola, un intellettuale integralmente fascista, la cui fedeltà al regime venne punita dalle pallottole di una banda partigiana sulla strada di Dongo, insieme a quella di altri gerarchi che accompagnavano Mussolini nel suo sfortunato tentativo di fuga. Assiduo collaboratore del Popolo d'Italia e del Corriere della Sera, con articoli dedicati ai successi della «scienza italiana», Coppola modificava, a partire dal 1938, il tipo dei suoi interventi, che divenivano via via più specificatamente politici, a favore della discriminazione degli studiosi semiti che «infestavano» l’editoria e l’università italiana e contro ogni interferenza delle gerarchie ecclesiastiche contrarie alla politica della razza, che di lì a poco il regime avrebbe intrapreso.
In questo momento, s’intensificavano i rapporti tra Coppola e il partito nazista. Rapporti che non si limitavano al solo Coppola, ma che avrebbero riguardato altri intellettuali italiani, impegnati nel sostegno al Reich e al suo antisemitismo: il glottologo, Antonino Pagliaro, membro attivissimo del Centro Anticomintern, insignito della croce dell’Aquila nera tedesca di prima classe, e lo storico Delio Cantimori, di cui si favoleggiò la partecipazione ad una non meglio identificata associazione del «Patto d’acciaio», strenuo sostenitore dell’alleanza italo-germanica. Nasceva così un vero e proprio «partito tedesco» della cultura italiana, che avrebbe continuato la sua attività fino al 1943 e più oltre.
L’impegno militante di Coppola s’intensificava, nel 1939, in coincidenza con l’approssimarsi del conflitto che avrebbe coinvolto anche l’Italia nella lotta contro le demo-giudo-plutocrazie, possibilmente a fianco delle altre «nazioni totalitarie»: la Germania di Hitler ma anche la Russia di Stalin. In appoggio alla firma del patto Ribbentrop-Molotov, il filologo classico esaltava: «L’umanità santa di questi popoli lavoratori e proletari che non importa quanti siano e chi siano». Nel 1942, un’informativa della Polizia politica riportava una sua dichiarazione, relativa alla necessità di «ridurre», se non di far «sparire completamente la ricchezza privata», ammonendo sul fatto che «lo Stato è tutto e tutto deve essere dello Stato» e ricordando che pur «senza il sangue noi dovremo copiare quello che è stato fatto in Russia». L’emergere di questi sentimenti «nazional-bolscevichi», di cui anche Cantimori avrebbe fornito indubbia testimonianza, non impediva a Coppola di arruolarsi volontario nel contingente italiano inviato contro l’Unione Sovietica. La guerra infatti si faceva «inevitabile» anche contro il sistema bolscevico che aveva tradito la sua natura originaria, e che si era fatto «schiavo» della «plutocrazia ebraica» e «crumiro» delle democrazie capitaliste.
Al suo ritorno in patria, nel 1943, lo studioso assisteva ai prodromi dello squagliamento del regime e dopo la liberazione del Duce aderiva alla Repubblica Sociale, entrando a far parte dell’alta gerarchia intellettuale e politica dell’Italia nazificata. Nella Rsi e nel suo programma di «socializzazione» dei mezzi di produzione, Coppola scorgeva probabilmente l’inveramento del carattere rivoluzionario del fascismo. Non cessavano, però, anzi si intensificavano, i suoi legami con il regime nazista, che aveva offerto prova della sua lealtà a Mussolini, «nel momento stesso in cui l’Italia monarchica si copriva di vergogna, consumando il più inglorioso tradimento che la storia ricordi». È dell’ottobre del 1944, il lasciapassare rilasciato a Coppola, per conto del generale delle SS, Karl Wolff, capo di Stato maggiore di Himmler, e dirigente del Servizio segreto tedesco in Italia, che qualificava Coppola come «collaboratore», mettendogli a disposizione «tutti gli uffici tedeschi operanti nella Penisola occupata» e una scorta armata che non lo salverà dall’esecuzione sommaria del 28 aprile 1945.
Punizione necessaria, quella di Coppola, senza alcun dubbio, ma alla quale si sottrassero molti altri rei delle stesse colpe. Non soltanto lo stesso Wolff, mandante delle efferate operazioni di «controguerriglia» scatenate contro la popolazione civile, ma anche numerosi intellettuali italiani che condivisero con Coppola onori, ricompense, responsabilità del regime, e che riuscirono a salvarsi grazie ad una grottesca contromarcia, effettuata soltanto alla vigilia del macabro e inglorioso crepuscolo degli dei, che avrebbe sepolto nel dimenticatoio della storia le velleità anti-borghesi di Mussolini. In quanto al papiro conteso, esso ricomparirà nel dopoguerra insieme alle fortune di molti studiosi, opportunamente depurate dalle scorie del passato fascista.
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