Parigi, una grande mostra dedicata a Gainsbourg

A ottant’anni dalla nascita, il <em>Musée de la Musique</em> di Parigi
ospita la prima grande mostra monografica sulla figura e l’opera di
Serge Gainsbourg, cantante, autore, attore, regista, figura poliedrica
nel panorama musicale non solo francese, ma europeo. La mostra è aperta fino al 18 gennaio

A ottant’anni dalla nascita, il Musée de la Musique di Parigi ospita la prima grande mostra monografica sulla figura e l’opera di Serge Gainsbourg, cantante, autore, attore, regista, figura poliedrica nel panorama musicale non solo francese, ma europeo. Concepita come una vera e propria messa in scena di parole, immagini e suoni, l’esposizione è un vero e proprio viaggio onirico e sensibile nell’universo di questo artista.

Certo, nella mostra (aperta sino al 18 gennaio), non tutto funziona come dovrebbe e l’accumulo di materiali spesso finisce con il fuorviare il visitatore, che un po’ si perde fra testi scritti, fotografie, installazioni video, e tuttavia l’insieme ha una sua grandezza e il personaggio sulfureo di Gainsbourg, fa il resto: le sue donne, dalla Birkin alla Bardot passando per la Deneuve, la sua passione per la poesia francese, da Baudelaire a Rimbaud, il suo senso ritmico in grado di recuperare il sound latino-americano e quello anglosassone.

In fondo, Gainsbourg rimane l’ultimo campione dell’anarchia in una società dei consumi dove, ribelli o integrati, ahimé non cambia niente. Un infarto, a poco più di quarant’anni, gli aveva ispirato una delle sue canzoni più belle, giocata con i versi di Verlaine: Je suis venu te dire que je m’en vais. Quello che gli fu fatale, a 63 anni, lasciò sul tavolo dello studio l’ultimo disco inciso, Amour des feintes. La prima era un commiato dalla vita, questa il prendere atto che ci si brucia per passione e quando lo si capisce non c’è più remissione. Figlio d’arte, una passione intensa per la pittura, una lunga gavetta fra cabaret e caffè concerto, Gainsbourg debuttò ufficialmente tardi, nel 1957, quando aveva già trent’anni e un divorzio alle spalle. Scrisse canzoni per Juliette Greco, Barbara, Nana Moskuri, Petula Clark, mise in musica i poeti, Hugo, de Nerval, Prèvert, fu a lungo perfettamente integrato nel solco di una musica francese colta, brillante, intellettuale. È la fine degli anni Sessanta, con Bonnie and Clyde e Initials BB che prese corpo la sua nuova immagine, fra lolitismo, riscrittura della Marsigliese in versione reggae, apologia ironica della droga, presa in giro rock del nazismo, irrisione del sesso.

Alla base del cambiamento ci fu, da un punto di vista sentimentale, la storia d’amore con Brigitte Bardot, ribattezzata dalla stampa dell’epoca, senza troppa eleganza, “l’amore fra la Bella e la Bestia“, storia che gli ispirò uni dei dischi più venduti e più vietati dell’epoca, quel Je t’aime, moi non plus che resta ancora oggi un capolavoro di musicalità e di erotismo. Ma oltre a ciò Gainsbourg aveva compreso che il futuro musicale era altrove rispetto al beat e allo ye ye del periodo, e consisteva in una nuova e sapiente contaminazione dei generi. La voce roca, la barba non fatta, la sigaretta sempre accesa, il bicchiere di gin o di whisky appoggiato sul piano come se fosse il bancone di un bar, la camicia bianca aperta sul petto, i jeans abbinati al gessato della giacca, gli spettacoli di Gainsbourg, di cui la mostra dà uno spaccato visivo significativo, rimangono qualcosa di unico: il parlato che via via si faceva sussurro indistinguibile, l’alternarsi di una musica che passava dalla melodia più classica alla sonorità metallica del jazz e del rock, le onomatopee, i giochi verbali dei testi che offrivano ogni volta una diversa chiave di lettura.... Morì solo, come in fondo solo era vissuto.

“La mia ossessione è l’incomunicabilità. È difficile per me avere relazioni, non ho bisogno di niente, non posso dare niente. È una deficenza affettiva“. Lo trovò la sua ultima compagna, Caroline Paulus, detta Bambou, indossatrice euroasiatica bellissima, ventenne. Dalla loro unione quattro anni prima era nato un figlio, Lucien, il vero nome di Serge, detto familiarmente Lulu. Lui gli aveva dedicato una canzone, la stessa che fa un po’ da colonna sonora a questa mostra affettuosa e nostalgica.